Capitalismo e depressione. Il suicidio di Michele, quello di Mark Fisher e tutti noi.

di Alice Diacono

Comunque a me questa storia del trentenne che si è suicidato per colpa del precariato sembra proprio una stronzata. Dire che una persona si uccide a causa del precariato è come dire che i giovani muoiono per colpa della droga o che è colpa delle slot machines se le persone si rovinano: demagogia fine a se stessa, in linea con quel lessico sinistroide che vuole essere critico ma è completamente privo di un reale bersaglio politico.
Un mese fa si è ucciso un ricercatore che aveva capito e teorizzato più di tutti il legame esistente tra la depressione dilagante e l’aggressività sempre maggiore del sistema capitalistico attuale. Il suo nome era Mark Fisher.
La sua morte è stata uno shock notevole per tutti quelli che si interessano di questo genere di studi culturali, perchè “Cazzo – uno pensa – se si è uccisa anche la persona che aveva capito, che sapeva, che era cosciente di determinati meccanismi, del funzionamento dei dispositivi del potere, allora non c’è speranza per nessuno”. Ecco, questo è stato per me: una botta di perdita di speranza improvvisa.
E’ come se il miglior oncologo del mondo morisse di tumore o come se un grande scienziato che dice di aver scoperto un modo per salvare il globo dall’inquinamento si strozzasse con l’imballaggio di una cassa di lattine come una qualsiasi foca monaca del Pacifico occidentale.
La notte che ho scoperto che Mark Fisher si era ammazzato ho pianto una notte intera (ma io sono iperemotiva, quindi non fa testo) però poi ci ho pensato molto sopra e elaborando la cosa ho concluso che non poteva essere così. Uno non si uccide per colpa del capitalismo, come non ci si uccide per colpa del precariato. Uno si uccide perchè ha perso la speranza. E la speranza non si trova attraverso i ragionamenti o la razionalità ma in una cosa che sta conficcata intimamente dentro di noi e non comunica attraverso il linguaggio e anzi resiste all’appropriazione linguistica (Foucault diceva che rientravano in questo campo solo il sesso, la follia e, appunto, la morte).
Quello che ancora molti si ostinano a non capire è che l’accordo di non belligeranza con se stessi (anche detto “FELICITA'” nel linguaggio comune e per le anime semplici), non passa attraverso l’intelletto ma attraverso qualcos’altro che è sia profondamente individuale che profondamente collettivo.
Bifo l’ha definita la “mente corporea” in questo (http://effimera.org/morte-del-compagno-mark-fisher-franco-…/) intervento scritto in morte di Mark Fisher qualche settima dopo l’accaduto.
Ha scritto anche:
“Sgomenti parliamo di politica come se la vita e la morte la felicità e la depressione dipendessero dalla politica.
Non è così. Non capiremo niente della crisi sociale, non immagineremo nulla del futuro, se non capiamo la felicità e la depressione. Ma questo non vuol dire che la felicità e la depressione si possano risolvere nella dimensione politica. Nessuno è depresso perché si rende conto che non c’è via di uscita dalla trappola. Questa è la disperazione, non depressione. E la disperazione è una condizione dell’intelletto, non del cuore, non del corpo. La disperazione (l’assenza di speranza) non toglie energia come fa invece la depressione.”
Io, l’unico modo che ho trovato per sentire questa “mente corporea” è ascoltando il mio respiro anche nei momenti peggiori, in cui l’angoscia diventa così solida che l’anima sembra volersi staccare dal corpo e scapparsene il più lontano possibile.

Come quando si dice che non è giustificabile chi compie crimini perchè glielo avevano ordinato e non aveva scelta, una scelta invece c’è sempre. Michele di Udine era frustrato perchè non riusciva a diventare un grafico (e perchè le donne non lo desideravano, ma questo è un altro sintomo e non una causa). Uno può andare a fare il boscaiolo sui monti, andare a mettere le bombe alle agenzie interinali, lavorare sei anni al call center per mettere da parte i soldi per aprire un proprio studio grafico o per mandare tutto affanculo e aprirsi un chiosco di bibite in Giamaica ma non ti uccidi, cazzo! Io, da parte mia, non lotto per un mondo in cui ci sia più lavoro per tutti, ma per un mondo in cui non ci sia più il lavoro inteso come ore della mia vita in cui devo fare cose faticose o di cui non me ne frega nulla, in cambio di soldi. Io, da parte mia, non lotto neanche per un mondo in cui ci sia più denaro per tutti, ma semmai per un mondo in cui non ci sia più bisogno del denaro.
Finchè non diciamo una volta per tutte, ad alta voce, a quelli che si considerano di sinistra ma dicono “E’ giusto che mettano i tornelli alla stazione dei treni perchè come lo pago io il biglietto del treno lo devono pagare tutti” che questo è il principio di ogni fascismo, la gente continuerà a pensare che l’unica alternativa possibile sia Renzi o il Movimento 5 Stelle.

Non credo che condividere l’articolo del suicidio di Michele su Facebook possa servire in qualche modo a sfidare il potere o a mettere in crisi l’esistenza del precariato così com’è. Piuttosto denuncia la mancanza di quella cosa che, sempre Bifo, chiama SOLIDARIETA’ CAREZZEVOLE (anche detto “AMORE” nel linguaggio comune e per le anime semplici). Capita che la si chiami anche “compassione”, che i frikkettoni la chiamino “gentilezza amorevole” e che mia nonna la chiami “Ti ho preparato una pentola di polpette da portarti per il viaggio”. In tutte queste definizioni cambia il contenuto, ma non il processo.
La cosa importante da tenere sempre a mente è che è la parte interiore, personale di questo processo, non è assolutamente meno importante della parte esteriore, pubblica, e quindi politica. Anzi, è proprio questo il momento del discorso, il culmine, l’apoteosi, in cui, come si dice, il personale viene a coincidere con il politico. E’ qui l’anello di congiunzione tra lo spirituale e l’utopia, tra le nostre speranze per il futuro e le nostre speranze per il mondo, tra la nostra gioia e la rivoluzione (usando termini un po’ demodè) e, imprescindibilmente, senza una parte non può esistere l’altra.

Senza la solidarietà carezzevole continueremo ad organizzare movimenti che sfoceranno nell’amarezza dei riflussi al privato, e, se va bene, nel settarismo e nel “centrosocialismo” dalle grezze e poco efficaci sfumature ideologiche. A continuare in modo ottuso e totalmente insensato a dare definizioni come “Autonomi” o “Disobba”, non capendo che la lotta politica si è spostata su tutti altri territori, che lo scontro si è dislocato e frammentato in tutti i corpi che non sono solo quelli che occupano quelle riserve indiane che sono i centri sociali (che ovviamente bisogna difendere come si difendono tutti gli animali in via d’estinzione) o, peggio ancora, i partiti politici, ma che sta lì dove sono tutti i nostri amici partiti a Londra o a Berlino per realizzare i loro progetti di vita e lavorano da Starbucks nel tempo libero, tutti quelli che lavorano attraverso le agenzie interinali e non si possono organizzare per fare uno sciopero ma che al mattino, sui treni o sugli autobus, si guardano bene dal parlare con gli altri poveri malcapitati e anzi provano una sorta di repulsione reciproca, tenendosi ben strette le cuffie alle orecchie e leggendo gli articoli di Repubblica e Internazionale dai loro smartphone.
Non so esattamente come siete messi nelle altre città, ma in questo momento a Bologna il livello massimo dello scontro e la modalità privilegiata per la lotta di classe è bersi degli spritz e fumarsi delle paglie davanti alla Modo Infoshop (cosa che faccio anch’io e che fanno tutti quelli che all’università mi davano le pacche sulla testa affermando di essere loro i più rivoluzionari di tutti).
La lotta si è spostata soprattutto su internet, è vero, ma non possiamo prescindere dal fatto che noi siamo fatti di un corpo. E se pensiamo che questo corpo sia solo un pesante, dispendioso e anche un po’ troppo molliccio, “device” da trascinare in giro, non riusciremo a trovare il punto di contatto con gli altri esseri umani, quel varco spazio-temporale da cui possono entrare e uscire stimoli, idee, energie (anche detta “VITA” nel linguaggio comune e per le anime semplici). Continuando a citare Bifo “La sofferenza sociale si trasforma in depressione quando ottunde la carezzabilità. E la disponibilità alle carezze non è solo la condizione della felicità individuale, ma anche la condizione della ribellione, dell’autonomia collettiva, e dell’emancipazione dal lavoro salariato.”

Questo, probabilmente, avrebbe evitato che Michele di Udine che voleva fare il grafico ma si sentiva un fallito, si uccidesse. Questo, probabilmente, sarebbe quello che ci eviterebbe di morire tutti i giorni un po’ dentro e di svegliarci tutti i giorni sentendoci dei falliti perchè abbiamo 30 anni, non abbiamo un lavoro e figuriamoci il lavoro dei nostri sogni.
Una volta mio padre, con la solita sensibilità che lo contraddistingue, dopo l’ennesima notizia che un mio amico si era suicidato mi ha detto: “Quelli della tua generazione si suicidano perchè nella nostra società non c’è bisogno di voi. Ci siamo ancora noi che lavoriamo e facciamo le cose importanti”.
Quindi sì, Michele, quello spazio che, come dici tu “ci sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto”, non c’è, ma questo non è un buon motivo per suicidarsi quanto piuttosto un buon motivo per lottare per trovarlo, prima dentro di te e poi per crearcelo tutti insieme, creare uno spazio dei senza spazio, attraverso la solidarietà carezzevole.

– Dedicato a Mark Fisher che si definiva un buono a nulla, dedicato a Michele di Udine che voleva fare il grafico ma si sentiva un fallito, dedicato ai miei amici che stanno a Londra o a Berlino a coltivare i loro talenti e a lavorare nelle cucine. Dedicato a me, che sono stata licenziata un mese fa dall’università con un messaggio Whatsapp ma ora ho tutto, tranne che la voglia di morire. –

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