Il tempo di un bidè

L'intelligenza è una categoria morale.

Prima notte della nuova vita

Il 6 ottobre del 2006 me ne andai dalla piccola e squallida città di provincia dove ero nata e cresciuta e venni a vivere a Bologna.
All’epoca avevo la testa così piena di fronzoli e fantasticherie romantiche che immaginavo la mia partenza come me che aspettavo un treno con una valigia di vimini e un cappello di paglia e che poi, una volta arrivata, avrei anche potuto fare a meno di un letto, dormendo sui libri (sul Topolino pubblicavano sempre foto di gente che si era costruita letti o poltrone con le copie del giornaletto e questa immagine non potevo certo non includerla tra i miei progetti per il futuro).
In realtà, erano mesi che pianificavo quella fuga: avevo vinto una somma di denaro ragguardevole con un concorso di poesia abbastanza importante; avevo venduto la mia batteria, una Pearl viola, per trecento euro ad un mio compagno di scuola; avevo vendemmiato e tenuto da parte tutto quello che avevo potuto, fatta eccezione per un vestito verde che avevo ordinato su Postalmarket e che sarebbe dovuto servire come vestito buono per presentarmi all’università e nella nuova vita.
Tutto stava nell’arrivo o meno della lettera.
Avevo infatti chiesto la borsa di studio per andare a studiare alla Facoltà di Lettere a Bologna, ma non si sapeva se me l’avrebbero concessa o meno e da quello dipendeva tutto il mio destino. Passò giugno, passò luglio, passò agosto e infine passò anche tutto settembre. La vendemmia era finita e la lettera dell’Ente per il Diritto allo Studio della Regione Emilia Romagna non era ancora arrivata. Ormai disperavo.
Poi, il 1 di ottobre, mio padre mi disse con aria interrogativa “C’è una lettera per te, dall’Università di Bologna”.
Ricordo ancora quando lessi quelle parole: “IL 6 OTTOBRE SI PRESENTI ALLE ORE 10:00 IN VIA GANDUSIO PRESSO LO STUDENTATO CARDUCCI. UNA SUA EVENTUALE MANCATA PRESENZA VERRA’ CONSIDERATA COME UNA RINUNCIA”. Era finita, ero libera, era fatta. Andai in cucina e cercando di darmi un contegno annunciai solennemente ai miei genitori “Mamma, papà, io me ne vado a Bologna, a studiare.”
Loro si guardarono increduli. “Cosa!!??”.
Non avevano previsto questo per me, a dire il vero non avevano previsto nulla. Avevo fatto le scuole magistrali per cui si immaginavano che avrei fatto un po’ come tutte le mie compagne di classe, l’educatrice, la maestra o l’infermiera, e che, come poi fecero tutte loro, sarei rimasta nella zona Asti-Torino, vicino casa insomma.
“Ma davvero ti danno una casa!? E dei soldi!?”
Sì, davvero. Non avevano la minima idea di come funzionasse l’università, nè di cosa bisognasse fare o quanto costava. Non avevano fatto neanche le scuole superiori loro, figuriamoci l’università. A dire il vero non ne avevo la minima idea nemmeno io, non sapevo ad esempio che i professori erano personalità importanti e distinte, con un nome, e che cambiava fare il corso con uno anzichè con un altro; io pensavo che fosse come a scuola che chi ti capitava ti capitava. Non sapevo che differenza ci fosse tra un saggio e un romanzo, per me i libri erano semplicemente “libri”. In casa mia c’era solo la Bibbia e al massimo dei libri di qualche casa editrice pentecostale con titoli come “Dona il tuo cuore a Gesù” ecc. ecc. e la libreria più grande di Asti è una cartolibreria dove i volumi sono esposti più o meno a caso. Non sapevo neppure che la maggior parte di quelli che andavano a studiare Lettere venivano dal liceo classico ed erano per lo più persone di un ceto sociale con cui io non ero mai venuta in contatto. Non sapevo nulla di nulla, insomma, ma sapevo che volevo andarmene da lì e che volevo “fare la bohemienne”. Questo termine lo avevo sentito dire da una tizia, un’educatrice che era venuta a farci un corso di qualcosa tipo orientamento o sicurezza a scuola e aveva chiesto a tutti quali fossero i nostri programmi per il futuro. Io avevo detto che volevo andare a studiare Lettere a Bologna e lei disse “Perchè non vai a Torino che è più vicino?”. Proprio perchè è vicino non ci voglio andare, brutta idiota, avevo pensato io, ma dissi solo “No”. Fu allora che lei con l’aria di chi la sa lunga (aveva circa 25 anni), disse davanti a tutti e a gran voce: “Aaaah, ho capito, vuole andare a fare la bohemienne a Bologna, lei!”
Io non sapevo cosa volesse dire e lì per lì, dato il suo tono, lo presi come un insulto, ma poi ci pensai. Associavo quel termine a due cose che conoscevo e che amavo all’epoca: Jim Morrison e Baudelaire, perciò, ok, decisi che andare a fare la bohemienne poteva andare bene.

Sebbene i nostri rapporti non fossero per niente buoni in quegli anni e loro erano troppo distratti o ignoranti per potersi occupare del mio futuro, i miei genitori, che sono persone di cuore, decisero di accompagnarmi. Non erano per nulla d’accordo con la mia scelta e soprattutto consideravano una laurea in Lettere una perdita di tempo, se non di danaro (che comunque non veniva chiesto loro). Mio padre non fece che ribadirmelo più e più volte durante il viaggio lungo l’autostrada che attraversa la Pianura Padana, ma fatto sta che con una macchina carica di pentole e coperte e con indosso il mio vestito verde nuovo ( situazione molto meno romantica di come me l’ero immaginata, la mia fuga, ma di sicuro più funzionale), il 6 ottobre, alle 10 del mattino, l’Opel Corsa grigia imboccò Via Stalingrado. Già il fatto che una via così importante portasse quel nome mi pareva una cosa così epica e gloriosa che il mio cuore si gonfiava di quel confuso sentimento di orgoglio socialista e manco mi accorgevo di quanto fosse brutto il posto in cui ero capitata.
Mi ero immaginata soffitte e vecchi appartamenti in stile retrò. Mi ritrovavo in un palazzone fatiscente, un ex ospedale, nella prima periferia bolognese, tra la ferrovia e un ponte molto trafficato, circondato da tossici e con un passato e un futuro underground di cui non sapevo ancora nulla. Pensandoci bene sono quasi certa che non sapessi neanche il significato della parola “underground”. Ma tanto meglio, se fare la bohemienne significava anche quello, ben venga. Ero una poetessa, io, una scrittrice, e finalmente, ero libera, finalmente ero nel posto giusto.

Colpita dalla moltitudine di scale che collegavano la varie ale dell’edificio e le pareti scrostate e i corridoi al neon con le piastrelline beige, con la certezza che ora tutto sarebbe stato più leggero e facile per un po’, quella sera, nella stanza che mi avevano assegnato al sesto piano del palazzo grigio con le tapparelle blu che tutti vedono entrando o uscendo da Bologna, scrissi una poesia che risentiva parecchio del mio background culturale di allora (che andava per lo più da Ungaretti a Pavese e a Vasco Rossi e i Marlene Kuntz). Questo successe undici anni fa. Avevo diciannove anni. Non sapevo nulla di nulla. Non tornai a casa mai più.

 

Prima notte della nuova vita

Sfuggente
Fuggita
Vi assale.
Scappate le prime scale.
Lontano
Il male
Vi pare
Più libero di
Ammalare.
E’ l’epoca degli sciocchi
Pretesti:
prendere prima
e dopo
i pasti.

Bologna, 06/10/2006

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Prima dell’Apocalisse (Gli Esclusi) | Un racconto che parla di tute in acetato, drogati e Gesù – TERZA E ULTIMA PARTE

Racconto pubblicato su In fuga dalla bocciofila (Blog dal titolo fuorviante in cui si parla di cinema tra una divagazione e l’altra)  a questo link:  http://www.infugadallabocciofila.it/prima-dellapocalisse3/

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#3 Sadrac, Mesac e Abdènego

Erano due ragazzi e una ragazza, non avevano la barba, nonostante il caldo portavano pantaloni di tuta in acetato e maglietta, uno di loro aveva un cappellino con la visiera, avevano i denti marroni, ormai potevo vedergli la faccia. “E’ finita! – mi ripetevo – è finita, sto per morire.”

Erano a un passo, ci trovammo faccia a faccia e io non avevo il coraggio di parlargli di Gesù, non avevo il coraggio di dire niente, strinsi le cinquemila lire forte nella mano, e più di tutto, ricordo, più di tutto, una cosa mi lasciò scioccata, non ci potevo credere, non poteva essere vero, ma quello che più mi aveva colpita era un particolare, un particolare che cambiava tutto e mi lasciava confusa, e questo enorme, incredibile, assurdo particolare era: non avevano gli occhi bianchi.

Non avevano gli occhi bianchi, ma i loro occhi erano come bolliti.

“Ciao, scusa, guarda, non ti vogliamo fare del male, davvero – e poi, incredibilmente disse con voce più bassa – Noi facciamo male solo a noi stessi.”

Davvero il ragazzo drogato disse quella frase così retorica e anche un po’ patetica?! – avrei pensato se all’epoca avessi saputo formulare questo tipo di giudizi.

“Non è che hai qualcosa da darci? Dove stai andando?” biascicò l’altro indicando la mano dove tenevo le cinquemila lire.

“A-alla l-latteria. – dissi io col terrore negli occhi, e poi, non so perché, quasi come una giustificazione non richiesta – A-abito lì.” Indicai la palazzina rosa salmone che si vedeva all’inizio della via.

A quel punto quello col cappellino forse intuì la possibilità che fossi la figlia di qualche vicino di casa e che era meglio non mettersi nei casini, che qualcuno poteva venire a saperlo.

“Lasciamo perdere, – disse al suo amico – Lascia stare.”

Quello ci pensò su un poco, sembrava perplesso, rivolgendosi di nuovo a me disse: “Senti facciamo così, tu vai alla latteria e quando torni ci dai il resto, che ne dici?”

“Non lo so – dissi io con le cinquemilalire in mano ormai ridotte ad una palletta di carta e sudore – Mia mamma non vuole.”

La mamma!!?? La mamma ti viene in mente!?? E Gesù?? Gesù non te lo ricordi nei momenti importanti!?? Gesù lo lasciamo da parte e lo tradiamo così, al primo ostacolo, al primo drogatello che passa, come l’apostolo Pietro che l’ha rinnegato tre volte proprio il giorno della sua crocifissione!?? No, no Alice, che vergogna, non ci siamo proprio. Vedrai che se Gesù torna a te ti lascia sulla Terra mentre tutta la tua famiglia se ne va nel Regno dei Cieli! Peccato, proprio tu, proprio tu che alla Scuola Domenicale sapevi dire a memoria tutti i libri dal Pentateuco fino al Nuovo Testamento! Che sapevi dire alla perfezione i nomi dei profeti buttati con Daniele nella fornace, Sadrac, Mesac e Abdènego!!??

“Alla mamma puoi dire che li hai persi.”

Sì, certo, perché TU non hai più niente da perdere forse, Signor drogato, tu sei già tra Gli esclusi, ma IO, io ho ancora un posto in paradiso che mi aspetta se mi comporto bene, io non ci sto qua tra le pene dei sette anni di Tribolazione dell’Anticristo e i lasciati indietro.

“Lascia perdere!” cominciò a innervosirsi l’altro, e si misero a discutere tra di loro.

Approfittai della distrazione per sgusciare oltre il cassonetto e me la diedi a gambe.

“Saranno ancora lì al ritorno?” pensai per tutto il tempo, ma per fortuna al ritorno non li avrei più trovati.

Quando arrivai a casa lo dissi a mia madre, le dissi “Mamma ho incontrato i drogati”.

Lei mi venne incontro buttandomi le braccia al collo come se fossi sopravvissuta alla guerra e facendomi mille scenate. “Ma non avevano gli occhi bianchi!” le comunicai la mia scoperta.

“Ma certo che no, sciocchina, quella è solo una pubblicità!”

Ah sì!? E me lo dici così!?? Dopo tutte quelle notti insonni e quegli incubi? E poi che c’entra?? Anche Jurassic Park è solo un film, ma se uno scienziato megalomane e miliardario clonasse del DNA di una zanzara rimasta fossilizzata nella resina durante la preistoria potrebbe far tornare il Tirannosauro.

“E gli hai parlato di Gesù?” – mi guardò lei. A quel punto mentire e andare all’inferno o far vergognare Gesù era uguale, quindi cedetti. “No.” – dissi con aria colpevole.

“Ahiahai Alice, ricordati sempre che se ti vergogni di Gesù lui si vergognerà di te.”

E questo fu il mio primo incontro coi drogati.

 

– FINE-

Prima dell’Apocalisse (Gli Esclusi) | Un racconto che parla di tute in acetato, drogati e Gesù – SECONDA PARTE

Racconto pubblicato su In fuga dalla bocciofila (Blog dal titolo fuorviante in cui si parla di cinema tra una divagazione e l’altra)  a questo link: http://www.infugadallabocciofila.it/prima-dellapocalisse2/

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#2 L’Ex Vetreria

Un pomeriggio era estate, potevo avere tra i sei e i sette anni, faceva molto caldo. All’epoca ero una bambina magrissima, scura e coi capelli corti, che non voleva essere una femmina e deprecava ogni atteggiamento frivolo, cosa che come si può ben immaginare mi rendeva popolarissima tra i coetanei del quartiere. Quel giorno mia madre non aveva una banconota inferiore alle cinquemila lire, ma mi mandò lo stesso in latteria raccomandandomi, come sempre, di non parlare con gli sconosciuti, di non fermarmi davanti all’Ex Vetreria e di non usare il resto per comprarmi le sigarette chewingum di Asterix e Obelix.

Ricordo bene, mi incamminai con queste cinquemila lire in mano lungo il muro, e arrivando di fianco alla rete della Vetreria come sempre cominciò a salirmi la tensione. Ricordo, ecco, che quel giorno ero quasi arrivata al bidone della spazzatura e invece di vederli scavalcare il muretto ed entrare in uno dei buchi nella rete come sempre, quel giorno vidi tre drogati uscire.

Il cuore cominciò a battermi forte, cercai di affrettare il passo, erano a pochi metri da me, forse non mi avevano vista, forse potevo ancora cavarmela e nascondermi dietro al cassonetto della spazzatura. Niente da fare. Mi avevano vista e mi stavano chiamando.

“Scusa! – disse uno – Scusa, possiamo chiederti una cosa?”

Mi fermai. Ricordo il muro color crema bianco di luce, contro cui io e la mia ombra eravamo rimaste come  lucertoline intrappolate.

“Ecco – cominciai a pensare disperata – Ecco, morirò a sette anni! Morirò così, per mano dei drogati! Senza aver scoperto nemmeno una nuova specie di dinosauro, senza aver mai dato un bacio, senza essere mai stata a Disneyland! Che morte infame! Me tapina! Cosa avrò fatto di male? Forse che ho fatto vergognare Gesù?”. Dovevo forse parlare di Gesù ai drogati? Era una prova che Gesù mi stava mandando per dimostrare a lui e a tutta la sua chiesa che non mi vergognavo di loro?

In tutte le comunità religiose fondamentaliste, tra cui quella evangelica in cui sono cresciuta io, c’è il diktat di evangelizzare chiunque ti capiti a tiro e di usare ogni occasione buona allo scopo di convertire gli infedeli. E tu non ti devi vergognare MAI, di parlare di Gesù, anche se non è l’occasione giusta, anche se sei fuori luogo e inopportuno, anche se non gliene frega un cazzo a nessuno e anzi spesso ti prendono in giro, perché come non mancavano mai di ricordarmi tutti gli adulti che avevo intorno “Se tu ti vergogni di Gesù, Gesù si vergognerà di te”. (Come si può intuire, Gesù venne così ad assumere un ruolo di eroe essenzialmente positivo nella mia infanzia, procurandomi terrore nei momenti più disparati, insieme a E.T., il  e i nazisti di Anna Frank).

Mi trovai bloccata sul bordo della strada, tra la recinzione della Vetreria e il muro contro cui eravamo schiantati al sole io e uno stolido bidone della spazzatura, lui che cercava di far finta di niente e invece di proteggermi e nascondermi mi aveva lasciata in balia dei drogati.  Loro potevano avere tra i 17 e i 20 anni, uno mi sembrava  anche il figlio della Giuliana, la vicina. Quando due anni dopo morì capii che sì, forse era proprio lui. Ma gli adulti in quel caso non ce lo dicevano a noi bambini, dicevano che aveva avuto un incidente in macchina piuttosto, ma io lo sentivo che dietro c’era qualcosa di losco, lo intuivo che c’era qualcosa di immorale, quant’è vero che io ho imparato a dire le bugie da mia madre, che, per esempio, è convinta che sia peccato dire a una persona che sta male con un vestito se invece pensi il contrario.

[continua]

Prima dell’Apocalisse (Gli esclusi) | Un racconto che parla di tute in acetato, drogati e Gesù

Prima parte del racconto in tre puntate pubblicato su In fuga dalla bocciofila (Blog dal titolo fuorviante in cui si parla di cinema tra una divagazione e l’altra), qui: http://www.infugadallabocciofila.it/prima-dellapocalisse/

 

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#1 La tuta in acetato

Ultimamente ho notato che stanno tornando di moda le tute in acetato. Io quando ne vedo una penso sempre a quella volta, la prima, in cui ho incontrato dei drogati.

Il quartiere in cui sono cresciuta era il quartiere dell’Enel, costruito per gli impiegati e gli operai dell’Enel nella città di provincia dormitorio di Torino che, come si sa, è uscita dagli anni di piombo solo con le Olimpiadi del 2006. Lì le case erano grigie e giallo crema, di scarsa fattura e il concetto di “verde” non era mai arrivato. Molti altri concetti non erano mai arrivati, come ad esempio glamemancipazione dell’individuo radical chic. In compenso però, alla fine degli anni Ottanta era arrivata un sacco di droga. I drogati erano il principale problema del mio quartiere tra l’87 e il ’97, che sono gli anni in cui ci sono nata e stata io.

Come ben si sa, tutti loro portavano tute in acetato grigie con elementi fucsia o giallo pallido, che si vedono così spesso in film come Blow o la scena finale di Quei bravi ragazzi, L’Odio, The Firm e tutti i classiconi che parlano di droga, gloria e degrado. (Questo non è un excursus sulla tuta in acetato nella storia del cinema quindi cinefili e feticisti delle tute in acetato all’ascolto, non rompete le palle, non sono un’esperta, sono solo una che guarda film (corsivo mio), e ho cose ben più importanti di cui occuparmi, tipo commentare le foto di Diego Fusaro su Facebook, grattarmi via lo smalto dalle unghie senza dover usare l’acetone, dimostrare al mio coinquilino che la macelleria halal all’angolo della strada è buonissima, beccandomi tre giorni di gastroenterite (la lotta al razzismo è dura e passa anche attraverso le tortuose vie intestinali).

Di drogati ce n’erano dappertutto, tant’è vero che ai giardini pubblici dove andavamo a giocare c’era un cartello messo dal comitato dei genitori con disegnata una bambina in un prato in cui invece degli steli d’erba c’erano solo siringhe che ancora mi sogno di notte, insieme all’ormai celeberrima pubblicità progresso della ragazza con gli occhi bianchi. Oltre ad essere entrate nell’immaginario collettivo, queste immagini entravano anche nei miei sogni trasformandosi in orribili incubi in cui, ad esempio, una testa di donna con la permanente, ruotava lentamente scoprendo un viso che piano piano, si girava e… era mia madre! Con gli occhi bianchi! Ricordo ancora la sensazione di orrore – o più precisamente – come diceva Freud, di UnheimlicheCerto questo era nulla in confronto al sogno del Rapimento della Chiesa di Cristo, in cui i miei genitori venivano rapiti da Gesù che “sarebbe venuto come un ladro nella notte”, come è scritto nell’Apocalisse di Giovanni, mentre a me mi avrebbe lasciata sola giù sulla terra per tutti i sette anni di tribolazione in cui quelli che restano, i lasciati indietro, “cercheranno sollievo nella morte ma non la troveranno”, perché non ero ancora convertita e battezzata, come nel film Prima dell’Apocalisse – Gli esclusi che ci facevano vedere in chiesa. The left behind è il titolo originale, oltre che il modo in cui gli evangelici fondamentalisti chiamano chi non è salvato e quindi lasciato indietro dal giudizio divino.

Come dicevo di drogati ce n’erano dappertutto, ma nel mio quartiere stavano soprattutto nell’enorme edificio abbandonato della Ex Vetreria, attiva fino a metà del ‘900 e ormai dismessa, ricolma di cocci di vetro e ovviamente di drogati che ci andavano a bucarsi.

Mia madre, oltre a crescermi con un mix letale di etica protestante e anticapitalismo fondamentalista, ché ancora oggi non si spiega come mai non mi sia arruolata nell’Isis, mi mandava spesso a comprare il latte in latteria.

La strada non era molta, saranno stati all’incirca trecento metri, ma era fiancheggiata per almeno un terzo dalla fatiscente recinzione della Vetreria in cui, come già sappiamo e come non mancavano mai di mettermi in guardia gli adulti, c’erano i drogati che avevano l’Aids e volevano contagiarla agli altri con le siringhe infette, specialmente ai bambini, volevano rubare i soldi per andare a comprarsi altra droga e davano ai bambini caramelle o figurine leccabili piene di droga per farli diventare drogati anche loro. Insomma, erano degli zombie contagiosi e ogni contatto con loro era non solo altamente sconsigliabile, ma del tutto vietato. Il deterrente funzionava benissimo. A me facevano paura già di per sé le siringhe, figuriamoci le siringhe dei drogati.

 

FINE PRIMA PARTE

 

LE MIE ULTIME DUE SETTIMANE DA VENTENNE

 

Le mie ultime due settimane da ventenne sono state molto diverse da come me le aspettavo.
Siccome che sono praticamente disoccupata e quindi non ho soldi ma un sacco di tempo e a Bologna la caldazza t’ammazza, e devo solo scrivere delle robe, ho deciso di venirmene bella bella in Calabria per più di un mese, dopo undici anni che non ci ritornavo.
In Calabria c’è il paese da cui è emigrata la famiglia di mio padre negli anni ’60, Bocchigliero, un paese tra le montagne della Sila, isolato da tutto e dove, per dire, non prende internet, e non è ancora del tutto accettato che una ragazza se ne vada in giro da sola.
Insomma, sono tornata qua dopo così tanto tempo anche per rivedere mia nonna, che non vedevo da quell’ultima volta, e per stare qui nella sua enorme casa vuota.
Una decina di giorni fa ci siamo riviste e salutate. Dopo tre giorni è cambiato il vento che ha fatto oscurare il cielo e venire i temporali. E’ arrivato un vento caldissimo dal mare e lei è morta.
Mia sorella dice che spesso gli anziani lo fanno, di aspettare di vedere qualcuno per poi morire. Siccome il resto della famiglia sta ad Asti mi sono ritrovata sola qua nell’attesa che loro arrivassero.
Nella casa c’era da tempi immemori una pietra grossa e pesante che tutti chiamavamo “la pietra della nonna” che lei ci obbligava a mettere sulla tavoletta del cesso quando ce ne andavamo via, in modo che non risalissero i topi dalle tubature prive di acqua.
Da giorni l’avevo imprudentemente appoggiata sul davanzale del bagno per tenere aperta la finestra ma il caldo vento improvviso l’ha fatta cadere spaccando il cesso e allagando tutto il bagno. La pietra si è rotta in due, esattamente a metà.

All’arrivo dei miei parenti ci siamo trovati senza bagno e abbiamo dovuto usare secchi o andare fuori fino a dopo il funerale che è stato molto diverso da tutti i funerali che ho vissuto perchè qui ti mettono la bara col morto in casa, ci sono le comari che vengono a vegliarla, tutto il paese si ferma, si fa il corteo funebre a piedi e poi tutti ti vengono a stringere la mano per farti le condoglianze e dopo ti portano le torte, le caciotte e i panini con la soppressata.
Io fino a qualche anno fa non ero mai neanche entrata in una chiesa cattolica ed è stato tutto molto forte per me, come anche il ritrovarmi con mio padre sofferente di fianco (senza mia madre che è dovuta rimanere ad Asti per lavoro) e tutti i miei parenti che non vedevo da anni nella stessa casa dove nel frattempo, il giorno del funerale abbiamo anche cambiato il gabinetto.

Mia nonna, si chiamava Maria, aveva novantatré anni ed è rimasta vedova in questo paesino della Calabria quando ne aveva trenta. Da sola con quattro figli non è voluta tornare nella casa di suo padre perché lui da piccola l’aveva picchiata e non l’aveva fatta studiare. Così ha preferito emigrare, ma Asti l’ha sempre odiata e ha passato quarant’anni a mettere da parte i soldi per ristrutturare la casa che aveva costruito suo marito, e tornarsene giù al paese. Nel frattempo, nel 1982 studiò e finalmente e orgogliosamente ottenne la licenza media. Fu una vittoria così grande per lei, che la teneva incorniciata in bella vista in cucina sopra la televisione e vicino la Madonna.
A settant’anni piantò figli e nipoti, fece ristrutturare la casa e se ne tornò qui.
Se è vero, come ha detto il mio amico Domenico, che sono le ossessioni quelle che portano avanti il mondo, lei di sicuro ha contribuito parecchio alla causa.
Io non avevo un rapporto tanto bello con lei, perchè era una donna dura e quando ero bambina mi sembrava cattiva. In più era tirchia, perchè si doveva sempre tenere i soldi da parte per ristrutturare la casa in Calabria e non mi dava mai manco diecimila lire. Però mi ha insegnato a scrivere poesie, lei ne scriveva su tutti, delle filastrocche in rima che poi ci declamava ad alta voce. E per questo le sarò sempre infinitamente grata. (Oltre che avermi passato la mania di non buttare via niente e di collezionare saponette).

Cercando le sue poesie, ieri ho trovato una valigetta dove teneva le lettere e i ricordi. Ci ho trovato dentro cose incredibili tipo lettere dei deputati della D.C. che l’aiutavano in cambio del voto, lettere sgrammaticate dei genitori analfabeti che le facevano scrivere dai paesani, lettere dei figli mandati in collegio dalle suore che, dandole del voi, cercavano di rassicurarla del fatto che stessero bene e fossero felici mentre erano sparsi per tutta Italia, con particolari strappalacrime degni di Marcellino pane e vino. Dal tutto trasudava miseria e povertà. ( Tipo, in una lettera scritta da parenti che erano andati a trovare uno dei bambini in collegio le dicono che “ci avimu chiesto allu direttore se si putiva vidiri a Francuccio e loro lu ficiro usciri dallu recinto”).

L’altro giorno prima che la coprissero con la terra, le ho buttato sulla bara un foglietto con scritte queste parole:

Ciao nonna. Grazie per avermi aspettata per salutarmi.
Sei stata una donna spesso dura ma sei stata molto coraggiosa. Hai cresciuto quattro figli da sola in un posto lontano e diverso dal tuo paese, ma volevi sempre ritornare qua perchè qua eri stata felice.
Se il paradiso è qualcosa di simile a quello che nella vita più abbiamo desiderato allora il tuo paradiso sarà un enorme Bocchigliero.

 

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“Ha fatto Harakiri per amore”, hanno scritto sui giornali quando il 3 settembre 2011 si è ucciso Massimiliano Chiamenti, nato a Firenze e morto a Bologna all’età di 44 anni. Lui, che lo avrebbe fatto volentieri in pubblico, alla Mishima, ma non ha potuto. Sei anni dopo la morte del poeta, punk e filologo, gli amici dalla fanzine Idioteca, di cui era uno degli autori, e della fanzine Lungi da me organizzano il 25 maggio una serata di ricordo pubblica e collettiva all’XM24 di Bologna. Pubblichiamo un contributo della scrittrice ed ex direttrice dell’Idioteca Alice Diacono

Riassumendo in breve e brutalmente, le cose stavano così: Massi era un tossico, sieropositivo, gay, poeta, artista, professore, dantista, filologo, Patty Smith sapeva le sue poesie a memoria nella Firenze degli anni Ottanta in piena New Wave fiorentina, Ferlinghetti lo scelse per aprire la succursale italiana di City Lights e gli pubblicò un libro, ma, citando un suo racconto, “stringi stringi, pur sempre un tossico“.

Negli anni Novanta la sua carriera universitaria andava alla grande, era un dantista stimato, come anche quella di poeta underground, e intanto frequentava la scena rave e le sue poetica prese a piene mani dai ritmi della musica techno dei rave party clandestini, insomma, tutto sembrava andare liscio in una vita d’artista tormentata ma in qualche modo contenuta, fino a che, quando Massi aveva 30 anni, suo padre morì.

Da allora si trasferì a Bologna, dove cominciò ad insegnare in vari licei e scuole private e la sua tossicodipendenza peggiorò così come i rapporti con la famiglia. Come professore era davvero pessimo, semplicemente perché non era il suo ruolo, lui era un artista e uno studioso, totalmente inadatto a relazionarsi con dei ragazzi o insegnare.

Noi della fanzine Idioteca lo conoscemmo per strada, a delle feste, era molto più grande di noi, all’inizio lo chiamavamo “il poeta punk”e girava la leggenda (poi confermata) che si era ficcato un microfono su per il culo durante una performance. Insomma, era circondato da un’aura mitologica di trasgressione e insieme autorevolezza accademica per cui diventammo molto amici e in pratica la sua unica famiglia per gli ultimi anni della sua vita.

Nella primavera del 2011 la sua condizione pisco-fisica peggiorò notevolmente a causa del mix tra i farmaci antiretrovirali che prendeva per l’hiv e quelli per disintossicarsi dall’eroina che gli davano al Sert, che lui mischiava alle anfetamine. A scuola lo spostarono da professore a bibliotecario, e la sua vita sessuale si fece sempre più mercificata cosicché lui e il suo compagno, si misero a fare le marchette per comprarsi la roba.

Divenne tutto molto confuso ad un certo punto, cominciò ad avere manie di persecuzione, si chiudeva in casa per giorni convinto che i vicini di casa volessero ammazzarlo o irrompeva alle nostre riunioni o feste facendo scenate incredibili dicendo che noi stavamo complottando per ammazzarlo, si metteva ad urlare la notte per strada e chiamava la polizia facendo loro i nostri nomi per testimoniare su cose totalmente assurde. A quel punto era estate e tutti sapevamo che dovevamo andare via da Bologna ma la situazione era grave ed eravamo seriamente preoccupati per lui così, prima che gli facessero un TSO decidemmo di andare a parlare con gli operatori del Sert che lo seguivano. Ci dissero che l’unica cosa che loro potevano fare era proprio il TSO, che avremmo dovuto firmare un foglio e che sarebbero andati a casa sua e avrebbero potuto sfondare la porta e usare la forza e cose del genere, e in più, se lui avesse chiesto chi li aveva chiamati, per legge loro avrebbero potuto fare i nostri nomi e quindi, secondo la sua logica del momento, confermare le sue teorie complottiste sul fatto che noi lo volevamo uccidere. Noi fummo molto combattuti per qualche giorno, ma prendemmo la ferma decisione che “no, il TSO no”, andava contro tutto quello in cui credevamo. A fine luglio tutti lasciammo la città con un enorme peso sul cuore, ma avevamo tutti età comprese tra i 20 e i 25 anni, non avremmo potuto fare di più, o almeno, questo è quello che mi sono sempre detta per riuscire ad andare avanti. Abbiamo fatto quello che abbiamo potuto.

Agosto poi è un mese che ti stritola se stai in città e sei solo, e se non hai molto equilibrio mentale, di sicuro la solitudine che si scioglie e si fa tutt’uno con l’asfalto bollente te lo fa perdere completamente. Non so cosa successe di preciso ma posso immaginarlo. E il suo compagno se ne andò anche lui. Qualche giorno dopo mi chiamò per dirmelo e poi dopo un po’ mi chiamò di nuovo e mi disse che era preoccupato, che Massi non gli rispondeva più da tre giorni e io gli dissi di non preoccuparsi, che lo faceva spesso, di sparire e tenere il broncio, che anche questa volta si sarebbe risolta in qualche modo. Non ci credevo tanto neanche io ma non rispondeva al telefono neanche a me, ma del resto l’aveva fatto decine di volte, ci dovevo credere e basta.

Agosto era finito. Il 3 settembre, al mattino, mi squillò il telefono. Era il suo compagno, che mi urlava : “C’E’ SANGUE!! C’E’ SANGUE DAPPERTUTTO!! SI E’ UCCISO QUEL FIGLIO DI TROIA SI E’ UCCISO! L’HA FATTO DAVVERO!”

Aveva chiamato i vigili del fuoco che erano dovuti entrare dal tetto perché la porta era blindata e quando l’avevano aperta da dentro lui vide la scena, ma non lo fecero entrare quindi non capivamo come fosse successo.

I pochi che erano già tornati a Bologna andarono subito e li portarono in questura dove restarono tutto il giorno, per ore infinite, ad aspettare. Ma agli sbirri non fregava niente di chi fosse lui o cosa faceva e perchè, erano interessati solo a sapere da dove venisse tutta la droga che c’era in casa e facevano domande solo su quello e allusioni e battutine sul fatto che fosse un tossico frocio, domande con dei presupposti antropologici, ideologici e umani da far accapponare la pelle, e soprattutto, alle nostre richieste di capire come era successo, non ci hanno mai risposto.

Io presi il primo treno per Bologna e arrivai nel tardo pomeriggio, ci ritrovammo insieme sconvolti.

Ecco, pensavo io nella disperazione, ecco, avremmo dovuto farglielo fare il TSO, almeno adesso tutto questo non sarebbe successo. “No” mi disse Mirko “tu non puoi sapere come sarebbe andata, magari lo tenevano dentro un mese ma poi l’avrebbe fatto lo stesso”.

“Ha fatto Harakiri per amore”, così scrissero i giornali il giorno dopo. Ecco come era successo, quel coglione si era ficcato un coltello nella pancia, ecco come era successo, gli sbirri lo avevano detto ai giornalisti ma non a noi, che lo venimmo a sapere così. Ovviamente tutti gli articoli calcavano sul fatto che lui fosse omosessuale, una povera checca isterica che aveva deciso una fine melodrammatica perché il suo compagno stronzo l’aveva lasciato. Ecco come dipinsero la faccenda.

Siti di poesia e letteratura, associazioni gay, centri sociali,istituzioni accademiche tutti elergirono abbondanti coccodrilli ma noi tutta questa gente non l’avevamo mai vista, non sapevamo, eravamo confusi, ci chiedevamo dov’erano tutti quando c’è stato da decidere o no se firmare quel foglio per il TSO, dove erano tutti quando lui faceva le sue ultime performance e c’eravamo solo più noi, dove erano tutti quando piangeva come un bambino perché il Subutex lo faceva stare male o quando veniva a suonare il citofono a casa nostra nel cuore della notte, dove?

Dopo qualche giorno la madre, che non l’aveva mai accettato per così com’era, venne a Bologna, prese il corpo e lo portò a Firenze dove gli fecero il funerale in forma privata, non dandoci modo di partecipare in alcun modo. Non gli potemmo fare neanche il funerale, e anche tra di noi calò una specie di silenzio per cui non ne volemmo parlare per molto tempo; molti, per questo e altri motivi, cambiarono città e anche paese, e, per questo e altri motivi, l’esperienza Idioteca, dopo quasi quattro anni, finì.

L’ultimo suo libro si intitolava “evvivalamorte” e la dedica che portava in esergo diceva: “A NOI della IDIOTECA e alla faccia di chi ci vuole male”. Ora per la prima volta, dopo tanti anni, riorganizzando questa serata abbiamo riaffrontato la cosa e ne abbiamo parlato tra di noi apertamente. Questa serata è per noi è come un modo per fare il funerale a cui ci è stato impedito di partecipare, di elaborare un lutto che non è mai stato elaborato, portandomi ad esempio, a vederlo spesso in altre persone che scambio per lui, sotto i portici o ai concerti o nei locali.

E questa, purtroppo, è una storia totalmente, completamente, vera.

Articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano, il 24/05/2017

Mi chiamo Alice Diacono,
ho 29 anni e 9 mesi.
Hanno cercato di uccidermi
per così com’ero,
mi hanno respinta,
picchiata,
repressa,
umiliata.
Mi dicevano “Le tue parole ti causeranno molti problemi nella vita,
le tue parole ti spezzeranno le ossa.”
Anche mia madre
mi ha abbandonata
perchè non ero come lei si aspettava che fossi,
e come Dio si aspettava che fossi.
Ho cercato di distruggermi io stessa,
perchè non mi accettavo così com’ero,
fino a non riuscire più quasi a stare in piedi.

Ma io ce l’ho fatta,
non perchè sono forte, ma perchè sono debole,
non perchè ho resistito e non mi sono spezzata,
ma perchè mi sono spezzata in tanti punti e in tante piccole parti
decine, centinaia di volte,
e adesso sono flessibile,
adesso mi posso piegare e accogliere il nutrimento della pioggia nella mia anima che è di terra.

Alla fine
le mie parole mi hanno salvata.

Sono qui,
sono stata invitata,
non l’ho chiesto io,
Mirko ha preso
un aereo da Amburgo
per venire a sentire le mie parole,
e Martina un giorno di ferie a Milano,
che forse è anche più difficile.
Mi hanno persino invitata alla radio,
Felice è arrivato da Londra,
e forse ci sarà anche Francesca dei Comaneci;
e ci sarà con me
il mio amore Alessandro,
che senza di lui tutto questo non
avrebbe mai potuto concretizzarsi
e lui una sera, conoscendomi appena mi ha presa tra le braccia e mi ha chiamata “spirito potente”,
ha detto che era una miracolo se avevo superato tutto ciò che ho superato
con lo spirito ancora intatto
e io mi sono sentita finalmente al sicuro,
dopo secoli e deserti,
piansi per tantissimi minuti,
e decisi che tra quelle braccia ci potevo forse,
finalmente,
restare.

Per favore, ricordatemi che sono stata così felice
quando sarò di nuovo triste o nella sofferenza.

Una volta, tanti anni fa,
ero arrivata allo stremo, non ce la facevo più e volevo farla finita.
Lo dissi a Mirko, gli dissi che sarei morta come una fallita,
senza aver pubblicato nemmeno un libro.
Lui candidamente mi rispose
“Alice, tu non ti devi preoccupare,
perchè anche se tu non scriverai un libro
qualcuno ne scriverà uno su di te.”
E io pensai “Cazzo, e se poi scrivono un libro di merda!?”

Allora decisi di rimanere viva per restare a controllare.

Stasera!

link al sito web Modo info shop
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Giovedì 18 maggio alle 21:00

Il tempo di un bidè

un reading di Alice Diacono

Alice Diacono nasce nel posto sbagliato al momento sbagliato, ma grazie alle sue ottime capacità comunicative e ad un eccellente uso del pollice opponibile se la caverà alla grande.

Arriverà a Bologna in qualche modo dove campa di espedienti letterari, tra cui, in passato, la gloriosa fanzine Idioteca, e dove pratica tutti i giorni le inalazioni di olio 31, la psicogeografia e passa meravigliose giornate su Facebook. Ha psycheggiato a Praga e Amsterdam, e ora scrive un po’ di tutto per vari progetti editoriali e committenti, ma il suo vero sogno è arrivare a scrivere le frasi sugli involucri della nota marca di assorbenti, come: “Lo sai che Berlusconi è stato il software della P2?”, “Lo sai che se ti tagli il lobo dell’orecchio, lo friggi e te lo mangi sa di maiale?” e così via.

“Il tempo di un bidè” è la raccolta cartacea delle sue prose in prosa degli ultimi due anni. E’ un delizioso e tenacemente piccolo samizdat, auto-prodotto finanziariamente e manualmente, con copertina serigrafata.

Le letture pubbliche prevedono: musica da sballo con ritmi sferzanti, un bidè illuminato e un gran coinvolgimento emotivo con picchi di esaltante romanticismo e picchi negativi di tormentato esistenzialismo, il tutto servito in salsa agrodolce. La sua poesia si definisce hardcore-zen, e non morirà mai. Perché è già morta.0

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Modo Infoshop – via Mascarella, 24/b – 40126 – Bologna
+39 051 5871012 info@modoinfoshop.com www.modoinfoshop.com

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http://www.radiocittadelcapo.it/archives/il-tempo-di-un-bide-la-poesia-hardcore-zen-di-alice-diacono-183323/

18 mag. – “Ho scelto come titolo Il tempo di un bidè, invece che “di un caffè”, perché farsi il bidè è una pratica piacevole per tutti. Mentre il caffè, tanto caro alla cultura italiana, mi fa venire la tachicardia” racconta Alice Diacono, scrittrice venuta a Piper per presentare il suo nuovo libretto di poesie rigorosamente autoprodotto. Ma “poesia” è il temine esatto per descrivere l’opera di Alice? “Non saprei rispondere, nella scrittura contemporanea è difficile dare definizioni.  Un poeta che stimo molto, Andrea Inglese, per descrivere il suo lavoro usa il termine “prosa in prosa”, una definizione che faccio mia anche se il mio stile è più ironico e diretto“.

Il tempo di un bidè è un libretto che racchiude “prose in prosa” scritte nell’arco degli ultimi due anni. Un’opera dalla scrittura sarcastica e dal titolo che è stato inaspettatamente apprezzato da Guido Catalano, attraverso un commento su Facebook. Ma il poeta torinese che riempie i locali non rientra assolutamente tra i modelli di Alice: “Con la sua poesia pop, Catalano ha scatenato la nascita di un fenomeno di poeti da Facebook da cui io mi dissocio. Spero che la mia poesia prenda un percorso del tutto diverso. L’unica caratteristica che possiamo avere in comune, semmai, è quella di prendere a piene mani dalla contemporaneità senza fare uso di parole “auliche”. Come diceva Moravia: bisogna essere seri, sì. Ma di nascosto“.

Anche se è difficile trovare una definizione preconfezionata che descriva la scrittura di Alice Diacono, la stessa autrice ha elaborato il termine “hardcore-zen” per definire il genere della sua poesia: “È una definizione che unisce due opposte estetiche che mi descrivono: un parte di me estrema e una zen dall’altra, che ricerca un certo equilibrio all’interno del caos”.

Alice Diacono tiene un reading con le poesie tratte da Il tempo di un bidè, giovedì 18 maggio alle 21.oo,  da Modo Infoshop. Cosa ci dobbiamo aspettare? “Non sarà un reading da violini strappalacrime… Ma piangeremo comunque“.

Ascolta la chiacchierata con Alice Diacono e la lettura de Il Packistano

Antonio Ciulla

Da oggi a domenica io e Alessandro saremo all ‘Olè Festival a XM con un nostro banchetto.
Smazzeremo il libretto Il tempo di un bidè, giunto alla seconda sudatissima edizione con copertina serigrafata, e delle foto di Alessandro, illegali in bianco e nero contenute in un album consultabile solo previo rito sciamanico.
Non dico di passare a trovarci o di acquistare la nostra merce, ma almeno portateci da bere.

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