Il tempo di un bidè

L'intelligenza è una categoria morale.

rumor

Sorvola alto
sopra i cumolonembi
dei pensieri e dei sassolini quotidiani
ormai
il nostro amore
ormai
il tempo non ha più alcuna importanza
anni passano come giorni,
alcuni giorni che sembrano anni
ormai
non abbracciamo più nessuno
oltre che noi stessi
su nessun altro possiamo contare
per ricevere calore, carezze,
amare.

Tutti gli altri abbracci sono pericolo,
sono infetti.
Per entrare in casa
seguiamo
una nostra procedura di decontaminazione.
Siamo chiusi io e te
da decenni
solo le cime dei due pini
dalla finestra
ci fanno compagnia.
Non li vorrò vedere mai più.
Uccellini sui rami si chiedono:
“Ma dove sono finiti, cosa fanno questi umani?”

ll tempo non ha più nessuna importanza.
Siamo diventati l’unico abbraccio sicuro,
l’unico contatto umano
tutti gli altri
forse sono morti
o lo siamo noi,
non lo sappiamo.
Le strade deserte,
solo qualche pavone.
Si potrebbe pensare che questo sia il tempo giusto
per dedicarsi alle cose dell’amore,
affogare nel piacere le sfumate ore.
Ma non è così.
Questo non è il tempo del piacere,
è un tempo che sa di morte.
Questo è il tempo della morte.

Sono tutti sepolti nelle loro case,
come lo siamo noi
nella nostra casa
di grandi finestre spoglie
dietro ai doppi vetri
la nostra vita sepolta
in fondo al cuore
come
la nostra voglia
di primavera.

_____________________________

dedicata ad Alessandro, mio compagno di vita e di questi strani giorni di cui ho cercato qui di riassumere le sensazioni.

 

7eb502268a8316c6207c4912e69d7429

È UFFICIALE: LE COPIE DEL LIBRO SONO FINITE E VA IN RISTAMPA 🌪🌪🌪

Siccome la poesia in Italia non vende un cazzo, le raccolte di racconti non vendono un cazzo e “che cos’è st’accozzaglia senza capo nè coda, datti alla narrativa, scrivi un romanzo”, #VeniamoDalBassoComeUnPugnoSottoIlMento ha venduto cinquecento copie nel giro di un mese e mezzo. ¯\_(ツ)_/¯

Già a metà gennaio infatti ci siamo accorti che le copie stavano finendo ma da tre settimane sono letteralmente SPARITE, così con Battaglia Edizioni abbiamo corretto un po’ di errori e lo abbiamo mandato nuovamente in stampa.

A tutti quelli che mi stanno scrivendo che non lo trovano quindi: tranquilli, tra due settimane arrivano le nuove copie!

A tutti quelli che negli anni mi hanno detto invece “una roba così non va da nessuna parte, è una follia”, dedico questi versi col cuore:

 

86842023_10157974087264487_5832256041085042688_o

C’è sempre un momento, preciso, netto, in cui la Storia entra in contatto con il nostro corpo e noi entriamo in contatto con il macro-corpo-flusso della Storia. E’ questo che intendiamo quando chiediamo “Tu dov’eri l’11 settembre? Cosa stavi facendo?”. Si intende: dove ti ha colto la Storia? In quale momento della tua quotidianità? In quale luogo o momento privato e personale?

In un resoconto personale di ciò che è accaduto nelle ultime settimane (uscito oggi su Not), Bifo ha scritto: “8 marzo. Stamattina tutto è cambiato, e per la prima volta, ora me ne rendo conto, il coronavirus è entrato nella nostra vita, non più come un oggetto di riflessione filosofica, politica, medica, o psicoanalitica, ma come un pericolo personale.”

Ho pensato: qual è stato per me quel momento?

________________________________________________

Mercoledì 4 marzo il virus è entrato nella mia vita. Ora me ne rendo conto. Non più come notizia sentita o letta sui giornali, non più come una cosa che stava accadendo da qualche parte vicina o lontana del mondo, ma nella mia vita. In un momento è cambiato tutto, ora me ne rendo conto.
Ero dal ragazzino a cui do ripetizioni, che è figlio di un’assessora del Comune di Bologna. Sono arrivata a casa loro e questa donna che di solito è mite, pingue e schiva è venuta da me e mi ha voluto parlare in modo concitato, per mezz’ora, forse accorgendosi che io ero una di quelle che minimizzava e provando a mettermi in guardia e al corrente della gravità del pericolo. Si agitava e muoveva le braccia, scuoteva la testa. “Questo entrerà nei libri di storia”, diceva, “succederanno cose grosse, che non abbiamo mai visto”. Io che non sono abituata a vedere una del PD così agitata, ho detto al ragazzino “Non ho mai visto tua madre così” “Merda, neanche io” ha detto lui. Poi mentre eravamo lì e avevamo cominciato il nono capitolo dei Promessi Sposi, lo so che sembra una barzelletta ma ve lo giuro, lei è tornata agitandosi ancora di più dicendo che oddio, oddio avevano trovato positivo l’assessore alla sanità e un’altra assessora, chè io poi manco li so i nomi e poco me ne importa, ma che si erano visti solo qualche giorno prima. E allora io ho provato paura. Ho cominciato ad agitarmi e a sentire parole relative a persone intorno come “quarantena”. Nel frattempo mi ha scritto la mia amica Martina che sta a Milano dicendomi “Donini è positivo. A Bologna stanno sottovalutando il problema. Dovremmo già essere chiusi in casa con l’esercito che ci porta il cibo e lì non stanno facendo ancora nulla.” “ Lo so” le ho risposto “ho avuto la notizia in diretta”. Stringe stringe la paura stringe, arriva sale fino al collo stringe, suda fuori la paura. Cominciano le ricerche spasmodiche di notizie e informazioni. Spesso le risposte sono contraddittorie. Con Alessandro discutiamo della questione dei “portatori sani” o “asintomatici” su cui sembra esserci ancora molta incertezza. Lui sostiene che non esistono portatori sani, come del resto è scritto sul sito del governo. E’ scritto proprio così: “Non esistono portatori sani. Tutti quelli che hanno contratto il virus manifestano sintomi”. Ma questo non coincide con molte delle cose che ho letto. Sono confusa. Comincio a cercare tra le migliaia di articoli che ho letto negli ultimi giorni, e ne trovo uno in cui si dice che “la moglie del paziente zero di Codogno, è tornata a casa ed è ancora in quarantena perché positiva ma asintomatica.”
“Vedi?” dico al mio ragazzo col tono di quando voglio dimostrare di aver ragione “Vedi che è come dicevo io? Tutti possono trasmettere il virus, anche quelli non malati, anche io o te in questo momento.” “Ma allora, se fosse così, dovremmo starcene chiusi in casa senza vedere nessuno.”
Ha detto lui tra lo sconcertato e il canzonatorio.

________________________________________________

E per voi? Qual è stato il momento in cui il virus è entrato nelle vostre vite? Quando avete capito che sarebbe cambiato tutto? Credo che sia utile scriverlo o raccontarcelo, come gesto terapeutico collettivo, per elaborare il trauma che stiamo vivendo, che non consiste “solo” nello stare a casa, ma nella perdita improvvisa delle nostre libertà personali, di molti dei nostri diritti civili, delle abitudine più basilari, dalla colazione al bar, all’andare a trovare i nostri genitori, ad abbracciare i nostri amici. Write it out.

 

c559640296ed34d63fb263662e5d4f1c

Premio Bologna in Lettere 2020 – I premi speciali del presidente delle giurie

 

Mi viene da piangere. Ho aspettato questo momento per tanto tempo e non avrei mai pensato che sarebbe accaduto così. Vorrei abbracciare qualcuno e non posso!

Ho appena saputo di aver vinto il premio speciale del presidente della giuria di Bologna in lettere dell’anno 2020.

Una cosa enorme, che non mi sarei mai immaginata potesse accadere. Come tutto quello che sta accadendo in questi giorni del resto.

Nella vita di “prima” sarebbe stato uno di quei giorni memorabili di cui ti ricorderai per sempre, in cui si esce a festeggiare e a bere e fare i falsi modesti con gli amici, massì cosa vuoi che sia, è solo, tipo, il premio più prestigioso che abbia mai vinto. Nella vita di “adesso” invece festeggerò bevendomi un bicchiere di vino da sola a casa e mi consolerò con i like su facebook nell’attesa di poter ricevere il premio e la gloria veri, per ora rimandati a ottobre/novembre.

Grazie Enzo Campi. Grazie a tutti quelli che continuano a leggere e a credere nel potere salvifico e sovversivo della poesia. Grazie a Battaglia Edizioni per avermi sostenuta nel partecipare a questo premio e, ah, già che mi ricordo, sono arrivate le nuove copie. 300. Le potete trovare in tutte le librerie, ma non andateci tutti insieme!

Neanche a dirlo, tutte le presentazioni di marzo e aprile sono saltate e Berlino me la fanno vedere col binocolo ovviamente.
Appena finita tutta questa storia, amici, faremo un reading lunghissimo e una festa lunghissima di settantadue ore e offrirò da bere a tutti quelli che passano e potremo tornare ad abbracciarci e balleremo e godremo della ritrovata gioia ancora più di prima, lo giuro.

#VeniamoDalBassoComeUnPugnoSottoIlMento

 

Anche un pakistano da cui ho comprato delle birre alla fine mentre mi dava lo scontrino mi ha chiesto senza alcun preambolo “Hai paura?”
È strano come tutti vogliano parlarne anche solo per conforto.
La verità è che, gli ho detto, non ho paura del virus ma di quello che gli uomini fanno e di come reagiscono quando hanno paura.

Cose che ho pensato dopo due settimane di Coronavirus. – PART I

 

Un flusso di coscienza in ordine cronologico rigorosamente ordinato per punti.

03/03/2020

– Dico io, tra tutte le centinaia di migliaia di previsioni distopiche e film fantascientifici e cataclismi, apocalissi zombie, organismi internazionali, OMS, Onu, Nato, Unione Europea, Croce Rossa, Protezione Civile, scienziati, NASA, Pentagono, cazzi e mazzi, nessuno, cristo santo, possibile che nessuno abbia pensato che se fosse arrivata una pandemia sarebbero servite delle cazzo di mascherine!? Cioè io pensavo che ci fossero dei piani pronti per le emergenze, dei kit, dei bunker come in Svizzera pieni di roba, delle scorte, cioè, io mi fidavo. Boh, non ho parole.

– E’ tutto chiuso. In giro per la città non c’è niente. Sull’autobus la gente sta tutta seria, zitta e a debita distanza. Nessuno schiamazza, nessuno che litiga con l’autista. I vecchi non si lamentano per il posto perchè non ci sono. Nei bar ognuno si prende il suo spazio, non si urla ma si sussurra, non si fa la fila nè ci si rovescia cose addosso. Praticamente l’Italia nel giro di due settimane è diventata come la Germania.

– La gente non esce di casa. Si dice che così abbiamo il tempo di riscoprire la creatività ma in realtà stiamo tutti a guardare la tv e facebook in maniera ansiogena e compulsiva. L’unica cosa davvero piacevole, a parte spiare i vicini di casa col binocolo, è trombare. Tra nove mesi ci sarà un picco delle nascite incredibile e nascerà una generazione di bambini che veranno chiamati “i bambini Coronavirus” che se la giocheranno in quanto a sfiga solo coi Bambini Indaco e saranno la nemesi dei bambini No Vax.

– Immagino tutti i frikkettoni in montagna e tutti quelli che “sono tornati alla terra” che finalmente vedono arrivare il loro momento di gloria dopo anni di sforzi per l’autosisstenza, tipo Noè che tutti lo prendevano in giro mentre costruiva l’arca in mezzo al deserto e poi tutti a chiedergli “Noè fammi salì te prego” quando ha cominciato a piove. Idem per gli accumulatori seriali. Me li immagino gongolare chiusi nelle loro case dicendo alla moglie “Ecco, hai visto che fatto bene a tenere l’apparecchio dei denti del ’95!? E gli ombrelli rotti dal 2003?!”.

4/3/2020

– Oggi sto male, ma non per il Coronavirus, bensì per il solito caro vecchio mestruo. In tutto questo delirio dovevo spedire un pacco contenente del materiale per una mostra sull’Autonomia Operaia e il ’77 che sta organizzando Felice negli Stati Uniti. Dentro c’erano cose incredibili, tra cui il “Fondo Bifo” con tutti i volantini ciclostilati, gli A/traverso e gli articoli di giornale del suo arresto a Parigi mentre era a casa di Derrida. Ci ho messo dentro anche la mia copia della prima edizione di “Alice è il diavolo”. Chissà se li rivedremo mai più.
Ovviamente lui sta all’estero e non ha capito un cazzo di quello che sta succedendo qui. Più il mio nervosismo da mestruo. Morale: abbiamo litigato.

– Io e Alessandro abbiamo trovato una mascherina di quelle col filtro in uno scatolone che avevamo nello sgabuzzino. Saremmo tentatti di usarla ma abbiamo deciso di tenerla come ultima risorsa per comprarci il cibo quando i nostri soldi saranno finiti dato che non stiamo lavorando da un mese.

– Non vedo l’ora di vedere il film che uscirà sulla Diamond Princess che si chiamerà “I giorni della Diamond Princess”, con Cameron Diaz e Nicholas Cage nei panni di una coppia di croceristi di mezza età, in una spece di Titanic dove la gente tossisce tutto il tempo.

– Mai come in questo momento sono grata a tutti quelli che nell’ultimo periodo mi sono stati LONTANI.

5/3/2020

– Avevo sempre sognato di fare la resistenza e di combattere mettendomi degli scarponi e andando in montagna. Invece l’unica cosa che devo fare adesso è stare chiusa in casa davanti al computer come sempre. Che culo.

– Comunque Bologna era già diventata un mortorio da quando hanno sgomberato XM. Non è che ci perdiamo poi molto. (Pensiero consolatorio stile volpe e uva).

6/3/2020

– Sta cambiando tutto molto velocemente.
Voglio la mamma.

 

89854000_10158049242159487_5628183582003429376_o

Tutti quelli che ho amato avevano qualcosa di biondo e almeno due cose blu,
residuo di un complesso di Elettra non superato del tutto bene.

Tutti quelli che ho amato mettevano i dischi
e a tutti gli si incarniva qualche unghia di tanto in tanto,
a dimostrazione che si trattava di esseri umani.

Tutte le volte che ho amato c’erano montagne
c’erano di mezzo dei bicchieri,
delle birre bevute per strada mentre si raggiungeva qualche luogo,
e briciole di tabacco sui bordi di qualche tavolino
o sulle custodie di qualche vecchio cd,
spesso era una compilation masterizzata con i titoli scritti a mano
in cui dentro c’era sempre almeno una canzone che mi faceva diventare triste,
un’altra per cui si diceva sempre “No, questa cambiala”.
Un’altra “Ah, bella questa! Lasciala!”.

Una volta ci sono stati anche dei polacchi a bordo della strada,
che vendevano le loro cianfrusaglie sotto il sole a picco,
quella volta che comprai la macchina da scrivere e la spilla col leone con scritto “Zoo Varsavia”.
L’ho persa il 10 di luglio alle 10:30,
un’ora prima di perdere anche te.

A tutti quelli che ho amato
vorrei dire:

Vi ho amati come il vento che taglia l’aria agli uccelli in picchiata
Senza freno alcuno
Se non la paura
Che arrivava sempre all’improvviso
Come per la strada di notte
Un cane che ti morde la faccia.

Bagnata la mia fonte delle vostre mani
Dalle stesse mani son sfuggita come acqua
Appare mai stupita eppure limpida nel suo scorrere caldo e cristallino.

Ci sono sempre state montagne
e c’era sempre una canzone di Mercedes Sosa ad un certo punto, non so come.

C’è sempre stato muschio e le foglie dei pioppi come medaglioni dorati
e qualche incomprensione su una frase o sul da farsi
sul futuro insieme
E domani sera.
E Dopo, alla fine.
Parecchi libri non restituiti,
E qualche maglietta di qualche gruppo rimasta,
nascosta al fondo di un cassetto.

Molte volte ho acceso la luce di notte e pensato a domani sera,
Molte volte i raggi del sole mi hanno portata sulla gomma dei palazzetti dello sport all’ora in cui fa male ricordare
e rammendare i vetri rotti correndo.

Volevo sentirmi chiamata “brava”
Volevo sapere che non sarei morta di peccato
Volevo ungere le parti di mediocrità che restavano incagliate tra i raggi
e fermavano la lotta per la perfezione.

Mentre leggevate i segni della mia bocca
e
Mai ho saputo vivere e morire
Come quando ho amato
Mai ho
Reso ciò che ho preso
Guadato il fiume del vostro respiro
Tenendomi salda con le unghie
Al pelo dell’orso vorace
Quando toccavo il basso e quando toccavo l’alto
Finchè ne sono stata capace.

 

7c92139188abb7812ec2e367e37bbadd

 

 

Lo zen e l’arte di saper fare fiorire un ricordo

 

Lo zen e l’arte di saper fare fiorire un ricordo

 

Il 1984 è, grazia a George Orwell, un anno tanto simbolico da essere entrato prepotentemente nel linguaggio comune. Meno comune è invece pensare a questa data come quella in cui venne alla luce il capolavoro degli Husker Du, Zen Arcade.
Un concept album composto da 23 canzoni che “sporcano” l’hardcore con cui si erano fatti conoscere nei precedenti dischi con influenze folk, psichedeliche, a tratti addirittura pop, il tutto per raccontare la storia di una giovane persona nell’America degli anni ’80: spaesata nel vedere come il mondo si stava trasformando sempre di più in un grande centro commerciale, arrabbiata nel sentire sulla propria pelle i soprusi che tante altre persone vivevano mentre altra gente ingrassava, nostalgica verso qualcosa che non sapeva neanche definire (esiste un termine bellissimo in tedesco per questa sensazione, “sensucht”).
Ecco, sarà forse perché si autodefinisce “hardcore zen” e ho fatto una banale associazione di idee, eppure leggendo Veniamo dal basso come un pugno sotto il mento di Alice Diacono, da ora VDBCUPSIM, ho provato sensazioni simili, una sorta di affinità d’intenti fra una giovane donna residente a Bologna e quei tre ragazzotti di Minneapolis.

Illustrazione di Agnese Ugolini

Alice Diacono ha già pubblicato sul terzo numero di «Neutopia», Dopo la fine, un suo testo sul Centenario della Rivoluzione d’Ottobre ed è autrice di una raccolta di poesie, Il tempo di un bidè, e di un saggio sull’insurrezione comunista a seguito dell’attentato a Togliatti del ‘47, Santa Libera: storia di un’insurrezione armata.
VDBCUPSIM si compone di una serie di piccoli racconti, anzi di “romanzi condensati”, inframezzati dalle belle illustrazioni di Agnese Ugolini, in linea con la poetica dell’autrice. Questi racconti parlano di tantissime cose, ma il trait d’union è proprio l’autrice stessa, dato che sono letteralmente “pensieri” sulla sua vita, i suoi parenti, la politica, i suoi amori, il tutto narrato con una vena ironica che per davvero più di una volta strappa un sorriso.
È difficilissimo poter valutare criticamente un libro del genere, nella sua semplicità: a che pro trovarne i lati positivi o negativi quando si parla della sua vita?
La Diacono pesca a piene mani dal primo David Foster Wallace per la tendenza a rendere epico il realismo isterico e a scrivere lunghi ed estenuanti elenchi, così come da Miller nel creare una sorta di intimità fra lei e i lettori o le lettrici, ma anche dal linguaggio dei social network raccontandosi così nella maniera in cui tutte e tutti abbiamo imparato a parlare e pensare, e in una certa maniera rende finalmente grande il linguaggio piccolo di tutti i giorni, tanto che questo può essere davvero un libro per chiunque, dato che travalica le ormai vetuste distinzioni fra letteratura alta e bassa, fra realismo e fiction, fra prosa e poesia.

La Diacono pesca a piene mani dal primo David Foster Wallace per la tendenza a rendere epico il realismo isterico e a scrivere lunghi ed estenuanti elenchi, così come da Miller nel creare una sorta di intimità fra lei e i lettori o le lettrici.

Lei descrive il suo lavoro come “hardcore zen” e forse è davvero l’etichetta che più le si addice: veloce, graffiante e a prima vista semplice come il punk hardcore, profonda e allo stesso tempo leggera come i proverbi zen.
Malgrado l’ironia e l’aria di spensieratezza che permea tutto il libro, in ogni “racconto” si percepisce una sottile tensione che ci dice tanto del mondo in cui viviamo.
Quel senso di precarietà in una Bologna che si trasforma a suon di tigelle e manganello, quella Bologna che sgombera Xm24 dalla Bolognina per costruirci sopra uno studentato che si vanta di essere nel “cuore della ribellione della città”, la fragilità di tante persone che ci passano accanto, la rabbia per chi ha edificato il mondo che viviamo accompagnano in sottofondo le storie divertenti di Alice.

 

 

L’utero è mio e lo gestisco io è un’affermazione un po’ forte. Diciamo che è più lui a gestire me.

Si sorride, leggendo questo libro, ma a denti stretti, e improvvisamente si scorge un collegamento fra la sua vita e il suo saggio sul proletariato che in armi tenta di vendicare Togliatti e viene fermato dal PCI e dai socialisti.
Perché in entrambi i casi sorge spontanea una domanda: “E se fosse andata diversamente?”

Alcuni giorni agisco come se
non avessi paura del futuro.
Decido deliberatamente di far finta di essere tranquilla,
di non avere ansie e incertezze.
Mi aggiro per casa con movimenti dolci e lenti,
contemplando gli alberi fuori dalla finestra,
mentre sorseggio una tazza di tè verde
che faccio finta di farmi piacere perché dicono faccia bene
e aiuti a combattere i radicali liberi.

Alice Diacono, Antropocena

Ad accompagnare i testi c’è una playlist che indovina più di ogni altra cosa l’umore di un libro più complesso di quel che sembra a una prima lettura: c’è la provocatoria vitalità de Le Ragazze di Porta Venezia di Myss Keta, certo, ma anche i ritmi secchi e sferzanti, proprio come alcuni suoi versi, dei DAF e lo scambio dialettico fra il “pieno” e il “vuoto” dei Demdike Stare.

Eppure, continuo a pensare che nell’epopea di VDBCUPSIM ci sia la stessa tensione che animava gli Husker Du (o i Minutemen di Double Nickels On The Dime, altro album che mi è passato spesso per la mente leggendo questo libro): nel caos grigio di questo realismo capitalista, il tentativo di mettere un disordinato ordine partendo da se stessi/e e da ciò che ci sta più vicino.
Del resto, Husker Du in norvegese vuol dire “Ti ricordi?”

Alice Diacono, Veniamo dal basso come un pugno sotto il mento, Battaglia Edizioni, 2019
Illustrazioni di Agnese Ugolini, Introduzione di Franco “Bifo” Berardi
202 pagine

 

Luca Gringeri su Neutopia, 14 febbraio 2020

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/02/11/veniamo-dal-basso-come-un-pugno-sotto-il-mento-le-lotte-in-versi-di-una-generazione-precaria-e-femminista-in-un-pianeta-a-pezzi/5703066/?fbclid=IwAR20VDgtcCoy2hxMfZkPYt-ZqPflbXLHJeH4FmUc7KZ9Id7okKbiN2E5s1s

 

L’utero è mio e lo gestisco io è un’affermazione un po’ forte. Diciamo che è più lui a gestire me”. Di Alice Diacono, scrittrice, e del suo primo libro “Veniamo dal basso come un pugno sotto il mento” (Battaglia edizioni), prendiamo in prestito una frase. Perché da sola, mentre se ne sta a galleggiare in una pagina nera con lo schizzo di Agnese Ugolini, basta per raccontare l’intera storia. Si direbbe quasi un manifesto: di lotte fatte per esistere o, meglio ancora, per sopravvivere. Di una generazione, i trentenni oggi, mal raccontata o mai raccontata. O peggio: raccontata da chi l’ha cresciuta e ora nega responsabilità sul dove l’ha portata. Diacono fa una cosa spiazzante: dice la verità. Usa poesie, riflessioni, post Facebook o fogli di appunti scritti in pausa pranzo al lavoro per fare la cronaca dei nostri giorni. Toglie i fronzoli, tiene le contraddizioni. Pulisce la poesia da tutto quel grado di irrealtà che ce la fa sentire sempre così inavvicinabile e ci regala un racconto del quotidiano. “Mi chiamo Alice Diacono, sono nata nel 1987”, si presenta. “Quando sono nata io, era tutto finito”. “Sono arriva giusto in tempo, per la caduta del muro di Berlino, l’ascesa dell’impero Fininvest, la fine della Prima Repubblica, Mani Pulite e Chernobyl. Che culo”. Dentro c’è tutto, ci siamo tutti (o almeno in tanti): ci sono i 20 anni, i 30, i sogni in eredità e la condanna di lavori che non sono mai abbastanza. C’è l’essere donna al tempo della riscoperta dei femminismi, il precariato della generazione senza articolo 18 e la politica mentre sinistre e destre vengono travolte dalle piazze. “Siamo nel periodo di passaggio in cui è meglio essere sfruttati che non essere sfruttati per niente. Il lavoro non c’è già più, ma abbiamo ancora bisogno di lavorare. Che culo”. E, non da ultimo, c’è il tentativo di “cavarsela nel nostro angolo di Antropocene” tra sensi di colpa e profezie di estinzione “di un pianeta che va a pezzi”. I luoghi che fanno da cornice sono tanti, anche se poi si torna sempre e solo a uno: la mamma Bologna, la città delle torri e dell’università. Quella che ti culla tra portici e colli, ma che quando deve darti da mangiare, proprio lei, schiacciata tra Airbnb, ristoranti e centri commerciali dove si fa l’aperitivo, non ce la fa.

Bifo, quel Franco Bifo Berardi, firma l’introduzione del libro e ad Alice Diacono dedica una frase che suona da benedizione: “A me viene quasi da piangere come soltanto capita leggendo i poeti veri”. Dice: “Solo la poesia” riesce ad accarezzare le ferite e quella di Diacono è “poesia in forma di prosa” e anche “prosa in forma di poesia”: “E questo libro fatto di frammenti d’anima è un concentrato poetico ad altissima tensione”. Insomma è tutto così vero dentro quelle righe, che si emozionano tutti. Anche Bifo. Perché l’autrice non finge che sia bello anche se difficile, che la corsa per riuscire sia già di per sé una bella passeggiata. Non ci sono grandi imprese, frasi posticce o metafore su battaglie che hanno un senso sempre e comunque. Farcela, fare quello che si può, è una sofferenza e lo è per tutti. E Diacono ce lo dice con una semplicità così disarmante che vorremmo chiudere il libro, trovarla e nascondere la testa tra le sue braccia. Perché l’ultimo incubo di una generazione ostaggio dei social network è fingere che “sia una figata”. “Mi sento in una grande fase di positività…”, scrive. “Per questo, non vedo l’ora di arrivare alla fase in cui ho già deluso tutti e tutto”. Fa questo Alice Diacono, prenderci nei nostri momenti peggiori o migliori e dire che sì, capita. E può anche essere normale non avere la più pallida idea di cosa fare. “Dedicato a me che sono stata licenziata con un messaggio su Whatsapp dall’Universtà”, scrive da un’altra parte. E già da solo il verso varrebbe la rabbia del biglietto.

In quella massa di pensieri che è “Veniamo dal basso”, Diacono ci porta nelle sue sedute di autocoscienza che chiama “riunioni di condominio” con le sue varie personalità. E ci accompagna nella ricerca del senso di tante lotte. Che spesso sembrano solo portarci alla fine delle energie, e invece sono anche il senso del tutto. “Scrivere è un atto comunitario, una testimonianza”, dice. “L’accordo di non belligeranza con se stessi (anche detto FELICITA’ nel linguaggio comune e per le anime semplici) non passa attraverso l’intelletto, ma attraverso qualcos’altro che è sia profondamente individuale che profondamente collettivo”. Cioè: “Lo scontro si è frammentato e dislocato in tutti i corpi: non quelli che occupano le riserve indiane che sono i centri sociali, o peggio ancora i partiti politici, ma quelli che stanno lì dove sono tutti i nostri amici andati a Londra o Berlino per realizzare i loro progetti di vita e lavorano da Starbucks nel tempo libero”. La lotta “si è spostata soprattutto su internet”, ma non possiamo prescindere dal fatto che noi siamo fatti di un corpo. E se pensiamo che questo corpo sia solo un pesante, dispendioso e anche un po’ troppo molliccio device da trascinare in giro, non riusciremo a trovare il punto di contatto con gli altri esseri umani”.

Il libro ruota intorno ad impulsi, bisogni e necessità. Ci sono amare, viaggiare e respirare. E poi naturalmente il lavoro. “Il pakistano” è la poesia che Diacono “dedica al cuoco pakistano-bengalese ignoto, contemporaneo della tradizione culinaria italiana”. Ovvero tutti gli stranieri che ha conosciuto lavorando nelle cucine delle migliori trattorie bolognesi. Scrivere è l’altra grande necessità. “Scrivere è inutile, scrivere è inutile, scrivere è inutile”, è il ritornello che ci rovescia addosso Diacono. “Morirai come quei poeti che hanno vissuto in un manicomio e nessuno li ha mai letti da vivi”, dice a se stessa. E si immagina che la sua poesia finisca sul “Facebook del futuro”, uno strumento in grado di leggere i pensieri degli utenti con tanto di tasto che chiederà “accetti o non accetti”. E se non accetti “ti tolgono il riscaldamento”. E allora “si formerà il movimento dissidente e avanguardista dei congelati che si distingueranno per la loro radicalità” da “quella sempliciotta degli infreddoliti, moderati, evidentemente collusi col sistema”. Uno scenario così apocalittico che viene da chiedersi terrorizzati se si è un congelato o un infreddolito. Quindi, in un panorama del genere, come si fa a farcela? Alice Diacono ci regala una soluzione. “Ce l’ho fatta non perché sono forte, ma perché sono debole. Non perché ho resistito e non mi sono spezzata, ma perché mi sono spezzata in tanti punti e in tante piccole parti, decine, centinaia di volte e adesso sono flessibile. Adesso mi posso piegare e accogliere il nutrimento della pioggia nella mia anima che è di terra”.

 

 

Martina Castigliani su Il Fatto Quotidiano, 11/02/2020