Il tempo di un bidè

L'intelligenza è una categoria morale.

Chi prende l’autobus nelle città italiane:

– 80% Donne che non guidano e/o hanno paura di guidare e/o a causa della loro condizione sociale non hanno accesso ad un’automobile
– 1% Uomini alcolizzati a cui hanno ritirato la patente
– 0,6 % Uomini non alcolizzati a cui hanno ritirato la patente
– 6% Uomini stranieri emigrati da poco che non possono ancora permettersi un’auomobile ma che non vedono l’ora di averne una per smettere di prendere l’autobus
– 1,5% Barboni che vogliono stare al caldo/al freddo e non si lavano da almeno due settimane (sennò che gusto c’è)
– 3% Studenti universitari poveri che hanno preso la casa lontana dal centro
– 1,2% Turisti confusi e disorientati spesso sotto shock a causa del sistema di trasporti italiano
– 0,3% Ecologisti che hanno troppo caldo o freddo per andare in bici perchè gli pesa il culo ma danno la colpa al global warming
– 0,7% Spacciatori che muovono grandi quantità di roba e non vogliono farsi beccare se la polizia li ferma in auto
– 2,7 % Ultracinquantenni che non sanno abbassare la suoneria del telefono
– 3,2% Studenti delle superiori che tornano a casa da scuola
– 2% Studenti delle superiori sfigati a cui i genitori non comprano il motorino
– 7% madri di bambini frignoni e nevrastenici
– 00,01% madri di bambini sereni e simpatici
– 8% Vecchie che usano la scusa che non le fai sedere per scaricarti addosso il risentimento che provano per il mondo e il terrore per la loro fine imminente
– 4% Vecchi che usano la scusa che non li fai sedere per scaricarti addosso il risentimento che provano per il mondo e il terrore per la loro fine imminente a cui non hanno rinnovato la patente e quindi sono ancora più incazzati e acidi.
– 7% Persone convinte della nocività o dell’inutilità del deodorante, che molto probabilmente si sono lasciate convincere da qualche frikkettone ad una bancarella di qualche mercatino storico o rionale, che l’allume di potassio funzioni davvero ed è stupendo quando si devono reggere in alto di fianco a voi
– 0,001 % io

 

bus-affollato

Annunci

E Dio disse “Piovigginerà per 40 anni, 40 giorni e 40 notti, non sarete né asciutti né bagnati, né tristi né felici, non sarà né inverno né primavera né estate, non saprete mai come caspita vestirvi, non potrete fare il cambio dell’armadio, non potrete togliere il piumone, non potrete fare nessun programma per il weekend, vivrete in questo limbo umido e grigio fino alla fine dei vostri giorni a causa delle vostre malefatte e dei vostri peccati, e così imparate a votare la Lega al 34%. Così parla il Signore. Amen.”

61375938_10157255200299487_7507051625895165952_n

 

 

Insurrezione di Santa Libera, quando i partigiani ripresero le armi contro l’amnistia di Togliatti e Nenni li sedò. In un libro la storia tenuta nascosta dal Pci

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 23 Maggio 2019

 

E’ rimasta una storia nascosta per anni, tenuta sotto silenzio – come una vergogna – dal Pci e dagli altri partiti di sinistra. E’ la storia di un’insurrezione dei partigiani in Piemonte, nei primi mesi del primo governo De Gasperi, dopo l’amnistia decisa dal ministro della Giustizia Palmiro Togliatti. Solo Pietro Nenni, vicepresidente e leader socialista, riuscì a evitare che gli ex combattenti riprendessero le armi contro la rinuncia delle istituzioni a “epurare l’Italia dal fascismo”. Una storia tornata alla luce negli anni Novanta per merito di Laurana Lajolo, figlia di Davide (direttore de l’Unità) che ricostruì la vicenda con le testimonianze dei partigiani ancora in vita, raccogliendole nel libro I ribelli di Santa Libera, edito dal Gruppo Abele. Oggi, con l’aiuto dell’ultimo testimone rimasto, il partigiano Giovanni Gerbi “Reuccio”, la scrittrice Alice Diacono è tornata su quella storia con Santa Libera: storia di un’insurrezione armata, un testo stampato per essere distribuito in scuole e biblioteche della Regione, grazie all’associazione Dalla Resistenza alla CostituzionFe (della Casa della Resistenza di Torino). Il volume (che è possibile acquistare scrivendo a santa.libera1946@gmail.com) è arricchito dalla prefazione del partigiano e giornalista Bruno Segre e dall’introduzione di Liliana Guazzo Lanzardo, tra le fondatrici dei Quaderni Rossi.

File001031

Qui Alice Diacono racconta in breve quella storia.

È il pomeriggio del 20 agosto 1946 e oltre una sessantina di ex partigiani con a capo Armando Valpreda e “Primo” Rocca, entrambi comandanti partigiani pluridecorati, riprendono in mano le armi e tornano sulle colline, dando vita ad una vera e propria insurrezione a Santa Libera, una frazione di Santo Stefano Belbo, al confine tra l’Astigiano e il Cuneese.

Cosa li porta lì? Per capirlo, bisogna tornare ai mesi immediatamente successivi alla Liberazione. In quel periodo, infatti, le truppe alleate sono ancora sul suolo italiano, il Cln è ancora attivo e la pubblica sicurezza è gestita dai partigiani. Ovviamente gli americani non possono vedere di buon occhio tutti quei comunisti che se ne vanno in giro armati e fanno pressione perché la situazione venga risolta. Allo stesso tempo i comunisti, che di colpo passano dall’essere un partito clandestino all’essere addirittura al governo (per la prima e ultima volta) insieme a De Gasperi, sono ansiosi di dimostrare di essere persone serie, capaci di stare alle regole delle istituzioni democratiche e non solo una manica di rivoluzionari sovversivi. E’ in questo contesto che Togliatti, nel giugno del ’46 firma l’amnistia che permette la scarcerazione dei fascisti, rimettendo in circolazione pesci grandi e piccoli. Tra loro Junio Valerio Borghese, Ezio Maria Gray e altre figure legate alla X MAS, che da subito cominciano a riorganizzarsi in gruppi anticomunisti e filomonarchici attivi contro le lotte contadine (con conseguenze tragiche come la strage di Portella della Ginestra) e operaie e che già alla fine del 1946 fondano il Movimento Sociale Italiano. Insomma, quel neofascismo che di lì a pochi anni sarà parte integrante di quella destra eversiva che scriverà i capitoli più bui della storia della Prima Repubblica.

E’ precisamente alla rinuncia palese da parte delle istituzioni, di epurare l’Italia dal fascismo, che i partigiani di Asti si ribellano. Nella piccola città piemontese infatti già da mesi ci si sta organizzando, insieme a tutti gli altri ex partigiani della regione, per reagire alla situazione, ma il 20 agosto il capitano della polizia ausiliaria Carlo Lavagnino viene licenziato e sostituito dal tenente Russo, ex ufficiale della polizia fascista in Africa Orientale, adusa ai metodi più biecamente razzisti e colonialisti e guidata da alcuni tra i peggiori elementi del regime. E’ il detonatore che fa esplodere il malcontento.

Molti di quegli uomini hanno combattuto durante la Resistenza, per ideali di giustizia e libertà e si sentono ora traditi dal Partito Comunista che, per entrare a far parte delle forze governative, invece di appoggiarli, manda i propri dirigenti a sedare la protesta, portando come argomentazione il pericolo reale di “finire come la Grecia” dove i partigiani comunisti erano stati massacrati dalle forze governative appoggiate dalle truppe inglesi.

La protesta si allarga a macchia d’olio dalle province piemontesi a tutto il Centro Nord. Il governo, da parte sua, mette in campo un enorme dispiegamento militare. Santa Libera mette a rischio l’unione delle forze dell’arco costituzionale e di innescare nuovamente la guerra civile. E’ in questo momento di estrema tensione che interviene Pietro Nenni, vicepresidente del Consiglio e leader socialista. Nenni invita una delegazione di insorti in Parlamento per negoziare, approfittando dell’assenza del capo del governo Alcide De Gasperi impegnato a Parigi per la firma dei Trattati di pace e che non sarebbe stato altrettanto comprensivo nei loro confronti. La delegazione partigiana vola nella notte del 23 agosto da Torino a Roma a bordo di un vecchio Dakota messo a disposizione dallo stesso vicepresidente.

Nenni, una volta a colloquio con gli insorti, dimostra la sua solidarietà e riesce a convincerli che non è tempo di agire. Il momento arriverà ma non è ancora quello, spiega. I partigiani si arrendono, decidono di smobilitare e il 27 agosto tornano giù in città tra la folla che li festeggia come eroi di una seconda Liberazione che però non avverrà. Verranno infatti esauditi solo gli aspetti economici e pratici delle loro rivendicazioni ma non quelli politici e di certo non l’abrogazione dell’amnistia.

Secondo un recente sondaggio di ArciServizioCivile, una percentuale preoccupante di italiani (il 52%) crede che “le leggi razziali le abbia imposte Hitler”. Come se il fascismo all’inizio non fosse una cosa così malvagia, che in fondo faceva tante cose buone per la gente e che la colpa di tutto quello che è avvenuto dopo è di Hitler che ha “traviato” Mussolini, portandolo sulla cattiva strada. In pochi ricordano che era Hitler invece a guardare con ammirazione il Duce, prendendo l’invenzione “100% made in Italy” del fascismo come un esempio da seguire. Questo atteggiamento scaturisce da una delle ferite mai affrontate e anzi rimosse della storia italiana: la mancata epurazione del fascismo dalla nostra società. In Italia non ci fu nulla che si avvicinò al processo di Norimberga e anche la guerra civile tra partigiani e fascisti fu poi fatta passare alla storia con il più confortevole nome di “guerra patriottica” contro il nemico tedesco.

Come tutte le ferite non elaborate, però, queste riemergono in maniera inattesa e spesso violenta. Come un fiume carsico la violenza ha continuato a scorrere alimentando il bacino del risentimento, a destra, come accennato sopra, con le tendenze autoritarie e le strategie eversive, e, a sinistra, confluendo nel mito della “Resistenza tradita” e riemergendo periodicamente, passando dal movimento studentesco e operaio del Sessantotto, all’autunno caldo degli anni Settanta fino ad arrivare al leggendario aneddoto della consegna della pistola sottratta ad un tedesco durante la guerra da parte di un partigiano di Reggio Emilia ad Alberto Franceschini, futuro fondatore delle Brigate Rosse.

Questa è la storia di chi non ha accettato un colpo di spugna sul sangue versato in nome di una pacificazione forzata ed è stato sedato con la promessa di una rivoluzione che ovviamente non arrivò mai, trascinando il nostro Paese dritti nelle fauci del capitalismo più sfrenato. Questa è la storia di quelli che provarono a reagire, che ripresero le armi e tornarono su, a Santa Libera.

 

Il primo libro che ho scritto non è di poesia, ma di storia, perchè, come diceva March Bloch
“La storia non è arte o letteratura, la storia è una scienza,
ma una scienza della quale una delle caratteristiche,
che può costituire la sua debolezza ma anche la sua forza,
è il fatto di essere poetica,
perché non può essere ridotta a delle astrazioni, a delle leggi,
a delle strutture.”

Il 9 maggio, alle 18:00, al Polo del ‘900 di Torino presenterò questo saggio che ho tratto dalla mia tesi della triennale per cui non presi neanche un punto a causa del professore democristiano che mi volle punire per aver fatto scena muta alla discussione. Lui la tesi non l’aveva manco letta, ovviamente. Poi decisi di caricarla su internet, su siti come academia.edu e tesionline, perchè sul tema esisteva davvero poco, pochissimo, essendo un episodio che è stato taciuto da tutti, PCI in primis. 

Due anni fa mi ha contattata una piccola associazione “Dalla Resistenza alla Costituzione” che fa parte della Casa della Resistenza di Torino, chiedendomi di poter stampare la tesi e distribuirla nelle scuole e io ho detto loro “Hei, aspettate un attimo, è scritta da cani, l’ho fatta quando avevo 23 anni quindi meglio riscriverla”. Ci ho messo un anno e l’ho scritta tutta d’accapo poi loro ci hanno messo un po’ a fare tutto il resto ed eccoci qua.

Il 9 maggio, semplice, come “Nove maggio m’è scurdat’ T’hannò vistò ca’ tornàv nsiem’ a n’at”, come 5 maggio ma quattro giorni dopo “Ei fu siccome immobile dato il mortal sospiro”, la prefazione è del partigiano e giornalista centenne Bruno Segre e l’introduzione della professoressa Liliana Guazzo Lanzardo.
Il libro parla di una ferita aperta che è stata rimossa dalla storia e della mancata elaborazione della guerra civile che ci fu in Italia tra fascisti e partigiani. Ogni cosa non elaborata prima o poi torna ed eccoci nella nostra situazione attuale a dover affrontare il fascismo mai purgato dalla società italiana.
Da un recente sondaggio è emerso che una percentuale spaventosa di italiani pensa che il fascismo in principio fosse una cosa buona e non del tutto malvagia, e che poi la colpa di tutto quello che è successo dopo, è stata dei tedeschi e di Hitler che ha traviato Mussolini.
In Italia non ci fu una Norimberga, non ci fu un’aperta condanna del fascismo e già un anno dopo la guerra i partigiani cominciarono ad essere ingiuriati e bistrattati. Per fare entrare il PCI in parlamento Togliatti firmò un’amnistia che liberò i fascisti in carcere, pesci grossi e piccoli.
Questa è la storia di chi non ha accettato un colpo di spugna sul sangue versato in nome di una pacificazione forzata ed è stato sedato in nome di una rivoluzione che ovviamente non arrivò mai, trascinandoci dritti nelle fauci del capitalismo più sfrenato.
Questa è la storia di quelli che provarono a reagire, che ripresero le armi e tornarono su a Santa Libera.

 

jpg s. libera

 

 

SENZA LASCIARE TRACCIA – LA PUNIZIONE

Scritto per il Blog dal titolo fuorviante in cui si parla di cinema tra una divagazione e l’altra – In fuga dalla bocciofila

Quell’inverno la situazione degenerò improvvisamente.
Un bambino di otto anni, in Veneto, rubò delle caramelle all’Esselunga e fu beccato dalla sicurezza.

In passato si sarebbe lasciata passare come una marachella qualsiasi ma negli ultimi tempi in Italia l’atmosfera era diventata così tossica e sospettosa che la stessa madre andò a denunciarlo alla stazione di polizia locale.
Il trionfo del giustizialismo si ebbe quando, molto presto, la notizia arrivò sui social accompagnata dalla fotografia del bambino con il volto censurato dai pixel, scatenando un feroce dibattito pubblico che sfociò nella scelta del governo, invocata a furor di popolo, di una pena esemplare.

Venti sculacciate sulla pubblica piazza della Capitale sarebbero state inflitte al ladruncolo, con tanto di palco e diretta televisiva trasmessa in prima serata da tutti i maggiori canali nazionali.

Io e i miei amici assistemmo increduli al rapido precipitare degli eventi.

Fin da subito ci attivammo per tentare di impedire che questa follia fosse messa in atto, insieme ad attivisti e movimenti del Paese, che si mobilitarono con petizioni e manifestazioni di protesta.

Si crearono comitati pro e contro la punizione in cui i vari personaggi del teatrino politico e televisivo si schierarono secondo la propria convenienza.

Tutta la vicenda appariva come una grottesca parodia della storia di Alfredino, caduto nel pozzo vicino Frascati nel 1981, quando milioni di persone rimasero incollate al televisore per giorni col fiato sospeso, guardando avvicendarsi intorno alla buca speleologi, nani, contorsionisti e nientemeno che il presidente Pertini, fino a che il bambino non morì, sotto gli occhi di tutti.

“Sarà una dimostrazione, un esempio, per far capire a tutti gli italiani che è finita l’epoca dei furbetti! Questa è l’epoca del cambiamento! E’ il governo dell’onestà!”, dichiarò Di Maio in un’ intervista .

“Questo governo se la prende con i bambini molto spesso.” Mi disse mia sorella chiudendo pubblicamente lo schermo del computer da cui aveva appena letto la notizia e accarezzandosi la pancia gravida già di tre mesi.

Si sa, i bambini non possono votare.” Le risposi.

Venne chiesta l’intercessione di Papa Francesco, considerato di mente aperta e ultimo baluardo della tolleranza cristiana, ma la sua risposta fu inflessibile: “E’ giusto che lui paghi per i suoi peccati.”

Quel giorno uscii di casa tra le strade della città, dopo tanto tempo da quando era entrato in vigore il coprifuoco per l’allarme PM10. Solo le automobili potevano circolare, munite di speciali filtri, mentre per le persone era stata emessa un’ordinanza in cui si disponeva la chiusura obbligatoria di tutte le finestre e il divieto di circolazione dei pedoni, se non in caso di estrema necessità, fino a che il livello delle polveri non sarebbe tornato sotto i limiti previsti dalla legge.

Nonostante la benda davanti alla bocca e al naso, non si riusciva a respirare. L’aria sui viali era rossa e densa come durante una tempesta di sabbia nel deserto e gli occhi bruciavano producendo piccole lacrime che mi colavano da sotto gli occhiali. L’unica cosa che si scorgeva in lontananza in mezzo alla polvere, era l’insegna rossa luminosa dell’Eurospar, in cui nessuno andava più, ma da cui partivano furgoni che consegnavano la spesa nelle case.

A poco meno di una settimana dalla punizione il Paese sembrava ormai in preda ad una crisi d’isteria di massa. Un’intera nazione pronta a riversare sul piccolo capro espiatorio tutta la sua sete di vendetta mascherata da sete di giustizia. Il delirio collettivo sembrava aver colto tutti che si preparavano all’evento ormai prossimo. Ma non noi. Presi dall’orrore e dallo sconforto, decidemmo che era giunto il momento di allontanarci per sempre dalla città e rifugiarci tra i boschi, in montagna. Insieme ad amici, compagni, fratelli e sorelle, decidemmo di lasciarci alle spalle la società asfittica e andare a cercare ossigeno altrove.


Contattammo allora un amico che già da anni era scappato, nasando l’aria che tirava.
Ci diede appuntamento in un paese sull’Appennino, un martedì mattina, in cui venne a prenderci, dicendoci cosa potevamo portare e cosa lasciare.

Ci incamminammo per il sentiero che si inoltrava su per il bosco, superammo un ponte di pietra e un vecchio mulino abbandonato.

Camminammo per quasi tutto il giorno, fino a che arrivammo ad una vecchia casa bassa e lunga, circondata da pini e abeti ricoperti di muschio.

Posammo i nostri zaini per terra e cominciammo a raccogliere rametti per accendere la stufa.
Mia sorella si sedette sul pavimento della stanza vuota dove c’era un mucchio di foglie e paglia che probabilmente erano già stati il giaciglio di qualcuno ben prima di noi.

Si mise una mano sulla schiena stanca e con l’altra si massaggiò il basso ventre.

Provavo sentimenti contrastanti per quel piccolo feto di tre centimetri.

Da una parte rappresentava per tutti noi la promessa di un nuovo inizio di pace e serenità. L’avremmo fatto crescere lì, tra le foglie e i rami di quelle piante magnificenti, dove si potevano vedere ancora le formiche costruire piccole piramidi nella terra e dove il mistero della rugiada si disvelava sugli steli d’erba ogni mattina.

Dall’altra, non potevo fare a meno di considerare come c’è chi ci tiene a lasciare un’impronta, qualcosa di sé su questa terra. Io però non ero tra quelli. Volevo solo che tutta questa brutta storia dell’umanità finisse il prima possibile. Volevo solo che tutto sparisse, come noi, sommerso per sempre dalla vegetazione, senza lasciare traccia.

punizione

 

 

54435708_2199928970066950_2121626712222466048_n

53543315_10157058012164487_5567201286987710464_n

Di cosa parliamo quando parliamo di Idioteca

Breve riassunto di ciò che è stato, del perchè siamo qui e di cosa resta

 

Dieci anni fa

un volantino per le strade della zona universitaria

“Vuoi partecipare alla nascita di un nuovo giornaletto?”

Presentarsi nell’aula X il giorno X all’ora X”.

Si presentarono in quindici.

Era l’ottobre del 2008.

Decine di migliaia di studenti di tutta Italia in piazza,

nelle strade, un’Onda inaspettata,

“Noi la crisi non la paghiamo”

“Se ci bloccano il futuro noi blocchiamo la città”

e ancora “Che sfiga, che sfiga, non muore mai Cossiga”.

Lezioni in piazza, blocchiamo l’autostrada!

Salire dai finestrini di treni occupati

che ci mettevano ore a partire 

per andare a Roma, 

dove ci ritrovavamo tutti e tutte

sotto la benedizione di Beata Ignoranza.

 

E poi erano assemblee fumose 

e risi scotti con le zucchine nel cucinino di qualcuno

o sotto i portici con le sedie portate da casa,

e discussioni e i divani del Bartleby, 

l’ufficio del rettore, 

l’Isola prima che fosse l’Isola, il Vag,

riunioni di redazione con trenta, quaranta persone

in appartamenti troppo piccoli

o ai giardini di San Leo, 

o direttamente in piazza.

Si cantava un sacco, “Deh, non rider sabauda marmaglia”,

“Di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo là in Sicilia”, 

e anche “La ringrazio per il suo intervento sempre molto arguto, 

le do il benvenuto nella cerchia…”

Poi copisteria, ritrovarsi per piegare, pinzare, distribuire copie, 

lasciarle sui treni e in sala d’aspetto, 

ci si presentano a riunione persone che vengono apposta da altre città.

Organizziamo una festa, dove?, in un posto storico dei fasci, a San Domenico!

In piazza, senza permessi, ma non arriverà la polizia?

No! Perchè è ancora il 2009 e non il 2019! Evviva evviva!

Allora ne facciamo anche altre! Ci infiliamo dappertutto!

Nelle cantine, nei garage, nei bar, nei festival di sintetizzatori analogici, 

massì!! Siamo una valanga! E ci portiamo dietro tutti! 

Poeti-punk-filologi-dantisti-eroinomani, 

la figlia di un prete che scrive poesie erotiche (autobiografiche!?), 

giornalisti in erba, storici, pastori di pecore, illustratori, fumettisti, musicisti di ogni genere e calibro.

Non facciamo parte di nessun collettivo ufficialmente, 

ma partecipiamo sempre a tutto e siamo ben riconoscibili, 

ci chiamano solo “quelli dell’Idioteca”, 

i riformisti ci danno degli anarchici e gli autonomi ci danno dei diessini, 

ci fanno pat-pat sulla testa, certe volte siamo amiconi 

certe volte ci ci dicon male perchè sulla fanzine c’è il simbolo dell’università, 

non si capisce un cazzo, come sempre!

Non ci abbiamo mai capito un cazzo neanche noi, 

ora ve lo diciamo! Lo confessiamo! Facciamo ammenda!

Casomai qualcuno avesse qualche dubbio:

tutto è nato dal dubbio! Senza alcuna ombra di dubbio!

Internet? Ma cos’è? Facebook? Giammai!

La mailinglist? Il t-e-l-e-f-o-n-o c-e-l-l-u-l-a-r-e !?

Facciamo un blog? La password è MATTEOFIGA.

Diamo una copia del giornaletto a Umberto Eco!

E lui cosa fa? Ci scrive una mail.

“Ma quanto siete belli e bravi!”

E noi tutti ci emozioniamo, 

lo diciamo alle mamme, alle nonne, alle zie,

ci crediamo ciecamente, 

salvo poi scoprire un anno dopo che l’aveva scritta il vice-direttore o che dir si voglia, 

l’esimio, impareggiabile, pluriacclamato Mirko Roglia.

 

Il 14 dicembre a Roma c’eravamo, 

quando l’onda si è fatta mareggiata, 

e poi c’eravamo anche dopo

quando si è fatta risacca.

E poi qualcuno non c’è stato più, 

qualcuno se n’è andato, 

qualcuno si è laureato, 

un ritorno al privato, 

storie d’amore disastrose, 

depressioni, reparti psichiatria, TSO, 

SERT, Erasmus, anni di “mi manca solo la tesi”, 

e una sola domanda “Ma dove sono tutti?”

Dieci anni dopo

la crisi l’abbiamo pagata tutta, 

e anche cara, 

a comode rate da pigliare nel culo.

Nel frattempo i gialli e i verdi comandano, 

i neri ritornano,

non tira una bella aria nel Paese,

la differenza tra proteggersi e chiudersi è così sottile che spesso si confonde.

Chi è ignorante è arrabbiato, chi ha studiato è depresso, 

chi ha un lavoro è frustrato, chi non ce l’ha è disperato, 

cupi presagi imperversano per le strade d’Europa 

e tutto pare perdere di senso quando migliaia di persone 

continuano a morire tutti i giorni in mezzo al mare.

La città è diventata un enorme Bed & Breakfast a cielo aperto, 

la capitale del food&drink,

sotto la dittatura del tagliere

e il totalitarismo dell’aperitivo.

Dieci anni dopo 

ritrovarci e lavorare di nuovo tutti insieme 

non è stata cosa da poco, 

ma valeva la pena provarci, 

per poter fare la conta di chi c’era e chi no, 

di chi è dove, di chi fa cosa, 

come ad una cena di classe con i compagni di scuola di una volta

in cui però nessuno è diventato ricco 

e nessuno ce l’ha coi negri.

Segui i tuoi sogni, 

pensa fuori dal coro, 

sii te stesso, 

esci dal gregge.

Ma sappi che sarai povero.

 

Il tempo ci ha cambiati niente e del tutto, 

rimaniamo precari economici, emotivi, spiantati

La morte di qualcuno riscrive tutte le relazioni 

con quelli che restano. Che cosa resta?”*

Resta il nostro perseverare su pagine di carta, spesso confusionarie, 

non porre alcun limite alla lunghezza dei testi, 

accogliere ciò che da altre parti è rifiutato, considerato inutile,

sostanzialmente, dire quel cazzo che ci pare.

Raccontare cosa siamo diventati e cosa ci manca del passato e del futuro, 

“le parole sul niente, il sapere di non bastare…”

Dieci anni dopo restiamo noi che di tutto di prendiam gioco, 

dieci anni dopo sopravviviamo all’ennesimo trasloco,

dieci anni dopo il nostro sogno è vivo e non 

fioco.

 

Quello che ora

di certo sappiamo

è che dieci anni dopo

arde ancora l’antico fuoco.

 

*Chandra Livia Candiani, Il silenzio è cosa viva, Einaudi 2018

 

 

 

 

Vi risparmierò di iniziare questo articolo con una di quelle frasi tipo “Berlino era gelida e grigia in una feroce mattina di fine gennaio”, e passerò subito al dunque.
Dal 31 gennaio al 3 febbraio a Berlino ci sono stati Transmediale e CTM (Club Transmediale): il primo è il più importante festival internazionale di arte e cultura digitale, il secondo ne è la sua estensione a tutti gli aspetti sperimentali del panorama musicale contemporaneo.
Il programma dei due festival è così vasto e pieno di cose interessanti, che già prima di partire vengo colta dall’ansia da scaletta. Questo però è un bene, perchè significa che sono in linea con il tema di TM dell’anno che è: emozioni, sentimenti, empatia e il loro ruolo sempre crescente nella cultura digitale.

Finite le presentazioni, andiamo avanti.

1

Berlino è gelida e grigia in una feroce mattina di fine gennaio e le porte della metro si spalancano ad ogni passante, ingurgitandolo nelle sue viscere ghiacciate. Nell’enorme “ostrica gravida” illuminata di rosa della Haus der Kulturen der Welt si sono riuniti “artisti, ricercatori, attivisti e pensatori” – come recita il suo statement – per “sostenere una riflessione critica, interventi sui processi di trasformazione culturale da una prospettiva post-digitale e offrire nuove prospettive e approcci su come la condizione digitale e tecnologica generale sia diventata un fattore di influenza in praticamente tutte le sfere della vita.”

2
L’”ostrica gravida” della Haus der Kulturen der Welt

La prima cosa che si deve far notare è che in TM l’aspetto creativo-visivo è sempre più ridotto in favore di quello puramente teorico. Non si tratta del tipo di manifestazione artistica in cui ci sono mostre o installazioni, quanto piuttosto di un congresso, una conferenza per addetti ai lavori e esperti del settore, in cui lo spazio viene quasi interamente lasciato a lecture, performance, talk, proiezioni e workshop.

3
Logo di TM in stile Post-Internet Art proiettato nella hall durante tutto il festival

Già durante l’opening nella sala congressi a cui sono presenti migliaia di persone, la sensazione che si coglie è principalmente quella di una mancanza di entusiasmo generale nonchè di contenuti incisivi nei vari, noiosissimi, interventi che si susseguono sul palco. Nonostante i temi affrontati siano scelti per il loro potenziale sovversivo e politico, di fatto poi “Si parla di emotional computing allo stesso modo in cui ne parlerebbe qualcuno andando a cercare il termine su Wikipedia” – ci dice un italiano junior fellow alla Goldsmith di Londra – “Per una volta che si ha l’occasione di dire qualcosa di incisivo o di importante ad un pubblico attento e interessato, questa viene totalmente sprecata parlando in maniera accademica e del tutto superficiale.”

4
La sala congressi di TM

L’impressione è quindi quella di un evento che si è ormai istituzionalizzato e che manca totalmente di una presa di posizione, nonostante rieccheggi dovunque e in maniera ossessiva la parola “capitalismo”. Se un certo discorso marxista è di nuovo hype infatti, non si può negare che in tale contesto questo termine venga abusato e buttato a caso qua e là in molte delle performance e delle lectures, giusto per dare loro un tono impegnato e vagamente radicale.
Un buon esempio di questo meccanismo forzato è il Cryptorave, una roba dove dovevi fare delle complicatissime operazioni di mining per accedere alle segretissime informazioni su dove e come si sarebbe svolto, per poi rivelarsi nient’altro che un dj set durante l’happy hour davanti al bar nella hall principale. Nota positiva: uno degli sponsor distribuiva birra gratis per farsi pubblicità.
Come ha scritto l’artista Mara Oscar Cassiani in un commento a caldo: “Rave culture is actually at the center of the last trending exploitations made by the art bourgeoisie.”

5
Il Cryptorave fuffa

Molto attesa anche la performance della danzatrice che porta il nome di Last Yearz Interesting Negro, che ha il suo momento culminante quando la tipa chiede a delle persone del pubblico di spruzzarle dell’acqua addosso con degli spruzzini mentre lei balla nuda su una pedana e i capezzoli eretti stanno al centro di tutta la performace, tant’è vero che vengono anche proiettati su un grande schermo, casomai non avessimo visto bene.

6
Uno dei momenti della performace di Last Yearz Interesting Negro

Di fatto quello che ho sentito è stato parlare di emozioni e sentimenti e solidarietà, senza mai letteralmente che ci fosse ombra di questi e senza che nessuno si ponesse il problema.
“Dopotutto, nessuno era interessato ai contenuti, nulla di ciò che veniva detto era nuovo o persino sensato. Per cosa erano lì? Networking, suppongo. Spuntando alcuni riquadri, lasciandosi vedere, muovendosi in uno spazio familiare, testando che sono ancora a loro agio (accettati) in questo spazio, replicando all’infinito il mondo dell’arte con ogni loro mossa. Non il mondo dell’arte del cubo bianco, naturalmente, ma la sua versione annacquata che racchiude teorici culturali, professori dei media, accademici di ogni estrazione, artisti e attivisti, scrittori e commentatori. I membri del pubblico annuiscono col capo in segno di approvazione ogni volta che sentono “decapitalizzare”, “precariato” e altri tag di questo tipo, di potere e coerenza interni al gruppo, accompagnati da una risatina a cui non sono riuscita ad abituarmi.” Scrive Cristina Bogdan, curatrice e critica d’arte, in questo articolo dell’anno scorso.

7
La main hall di TM

Ovviamente non sto dicendo che TM non sia in qualche modo interessante, se volete tenervi informati sulle novità e sullo stato attuale dell’arte europea, ma sappiate che si tratta sempre di “quel” tipo di mondo dell’arte presente in certi ambienti ben delineati e chiusi in loro stessi, che va in scena sempre con le stesse modalità, con gli stessi travestimenti hipster e con i medesimi atteggiamenti che tutti ben conosciamo. O anche, come conclude la Bogdan, “(TM) è diventato una scusa per gli europei spaventati di piangere la perdita di privilegi e ostentare un impegno civile nelle questioni sociali di tutto il mondo.”
Il pensiero finale che ci resta addosso è che l’arte, quella viva, sta da qualche parte, ma di sicuro non qui.

8
Una delle installazioni al Bethanien Center

Tutt’altra storia per CTM invece, che propone un programma parallelo ma indipendente rispetto a TM e decisamente più aperto a contaminazioni tra avanguardia e sperimentazione giocosa.
Non per niente il suo statement è “Festival for adeventurous Musica and Art”.
La parola chiave di questa edizione è “Persistence”. Persistenza nel non cadere in nessun dogma e in nessuna rigidità, nel coltivare con fermezza il riconoscimento della diversità, delle differenze, delle ibridazioni, abbracciando la fluidità, l’incerto, il flusso. Questo si traduce in una proposta musicale che va ben al di là del solito clubbing fatto di techno e house, ad un pubblico che ricerca sonorità “alte” e che si trova invece spesso costretto a confrontarsi con robe tamarissime, magari anche “etniche” ma nel senso meno ricercato del termine. “Abbandonate ogni purismo voi che entrate” sembrano dire i cartelloni del programma appesi all’ingresso di ognuno dei locali in cui si svolge un evento.

9
Persisting Realities, la mostra al Bethanien Center

Un approccio che si trova già nella prima mostra che vediamo al Bethanien Center, quartier generale del festival, dal titolo Persisting Realities. La sensazione qui è quella di trovarsi ben lontani da ogni provincialismo e da ogni presunzione con la puzza sotto il naso. Usando ogni forma possibile di espressione gli artisti coinvolti cercano di rispondere alla semplice ma sempre più urgente domanda: come possiamo coltivare la gioia?

10

Piccoli e leggeri congegni meccanici che riproducono suoni e ticchettii, sono esposti in maniera apparentemente casuale vicino a corridoi di laser, videoinstallazioni montate in cessi illuminati al neon e impalcature di legno calpestabili che si inclinano in maniera vertiginosa.

Questo ci rimanda subito ad un’altra delle caratteristiche principali di CTM e cioè: mettere coraggiosamente vicine cose a caso per tirarne fuori momenti a volte esplosivi a volte estremamente noiosi o addirittura un po’ imbarazzanti, ma comunque estramamente freschi e nuovi, cosa che per chi come noi viene dall’iper conservatore mondo dell’arte e della musica italiana, non può che essere un’incredibile boccata d’aria fresca.
Tra le altre installazioni, assolutamente degne di nota, quella della mostra Raster.Labor alla nGbK, lo spazio sottostante gli studi della Raster Noton, dove Byetone + Mieko Suzuki, Dasha Rush, Frank Bretschneider, Grischa Lichtenberger e Robert Lippok hanno utilizzato “configurazioni hardware sparse per creare composizioni perpetue e rigeneranti”,

13La mostra Raster.Labor al nGbK, negli studi della Raster Noton

e il “Mantis” nei sotterranei del Berghain, direttamente dall’arsenale sonico di Nik Nowak. Due cingolati di due tonnellate e dotati di abnormi impianti stereo, posti uno di fronte all’altro e separati da una rete che simboleggia la guerra sonora, detta “Lautsprecherkrieg”, avvenuta negli anni Sessanta tra il lato Est e quello Ovest della città, durante la costruzione del muro. Un video proiettato sullo sfondo, montato in maniera ineccepibile da Moritz Stumm, mostra la storia della Germania e quindi dell’Occidente, negli ultimi cinquant’anni, fino al conto alla rovescia per la fine, con un countdown implacabile sopra le immagini della foresta amazzonica che brucia. Ci sono stati anche tre live, musicati da Kode9 della Hyperdub, ma noi ce le siamo persi tutti perchè mai abbastanza svegli da metterci in tempo nella guestlist. E si sa, aspettare al freddo fuori dal Berghain essendo respinti, non è una delle esperienze migliori che si possano fare.

14
Il Mantis nei sotterranei del Berghain – Foto di Camille Blake

A questo proposito infatti, nelle serate dei concerti di CTM organizzate nella ex centrale elettrica divenuta il tempio della techno, nonché uno dei posti più blindati del mondo, entriamo grazie al pass stampa, senza fare la coda e senza dover superare la selezione all’ingresso, cosa che ci dà una certa euforia, Nei tre dance floors, Berghain, Panorama Bar e Saule, vedremo avvicendarsi nelle varie serate, muri di noise come quelli di AJA, sonorità molto più punk come quelle dei Cocaine Piss, altre hardcore come Miss Djax, altre più dance con The Black Madonna, e in assoluto quelli più apprezzati e di cui tutti hanno paralto per giorni, i Gabber Modus Operandi, il duo balinese che mischia della gabber “200 bpm orgasm club music” alle musiche tipiche dello jathilan, una danza tradizionale indonesiana in cui i corpi in stato di trance vengono posseduti da uno spirito che li trasforma da uomini in animali.

14_AIl Berghain, in un allegra domenica pomeriggio berlinese

Negli spazi intricati dell’immensa struttura, è stata allestita anche una pista di pattinaggio sul ghiaccio, con tanto di noleggio pattini e bambini, dj set e installazione di luci al neon psichedeliche del famoso light-artist berlinese Christopher Bauder. A metà del festival però, la pista di ghiaccio viene però prontamente ed efficientemente sostituita con una normale, perchè “la superficie sintetica del ghiaccio che è stata utilizzata non offre un’esperienza di pattinaggio pienamente soddisfacente”, ci spiegano con implacabile flemma crucca gli organizzatori.

15
Ingresso dello SchwuZ

Il clou serale del sabato si sposta allo ShwuZ, storico club gay nel quartiere à la page del momento, Neukölln.
I nomi più attesi della serata sono di certo Fatima Al Qadiri e Deena Abdelwahed, ma c’è da dire che anche Linn da Quebrada, il leader della resistenza black-trans nel Brasile di Bolsonaro, fa il botto, inscenando una specie di rito in cui ci fa inginocchiare e benedire da una mastodontica figura androgina e grassa, con un fallo e del vino. Tutto molto scenografico.

1617
Linn da Quebrada

Forse proprio per l’accostamento azzardato di un pubblico poco incline a scomporsi a quello più variopinto e danzereccio solito dei club, l’atmosfera durante queste serate, è un po’ distaccata e fa fatica a decollare.
Anche allo SchwuZ, come al Berghain, la sensazione è un po’ quella di un posto preso a noleggio per il festival, ma svuotato della sua clientela abituale e quindi della sua vera anima. Tra tutte queste migliaia di persone intellettualoidi magre, curate, stilose e salutiste attraverso un raffinato e ormai comprovato sistema di tox/detox, che sono qui ad affermare il diritto di ognuno di essere diverso e accettato per quello che è, gli unici che si distinguono sono gli addetti alle pulizie che stanno davanti ai cessi a monitorare la situazione e tenerli continuamente puliti. Mi chiedo quante ne abbiano viste in questi anni, considerando il fatto che solamente nei dieci minuti di coda per il bagno che ho fatto io, ad un certo punto ho visto OTTO ragazzi praticamente nudi, uscire da uno spazio di 2×2 metri quadri. Vorrei anche chiedere loro cosa pensano di quello che vedono, se gli piace il loro lavoro, se li pagano il giusto e se li trattano bene. Ci provo ma non parlano inglese. Chiedo ad alcune ragazze in fila di farmi da traduttrici dal tedesco e queste accettano, ma appena rivolgo le mie domande mi dicono “Noi siamo qui per lavorare, se dovete chiederci qualcosa dovete fare una richiesta ufficiale.”

18
I cleaners dello SchwuZ

Il closing concert di domenica sera è invece al Heimathafen, sempre a Neukölln. Una sala bianca e elegante con tanto di galleria e parquet ci accoglie per l’ultimo malinconico tris di live, cominciato con il collettivo londinese CURL di Mica Levi, continuato con il lirismo initimista ma, come live, un po’ troppo statico, di Tirzah, e finito con Yves Tumor che ci si buttava addosso in un’esplosione di suoni incategorizzabile che ha risollevato un pochino gli animi.

 

20Il collettivo londinese CURL

21Tirzah

Yves Tumor

Purtroppo non possiamo raccontarvi niente di eventi come il live di Actress+ Young Paint, o del concerto dei Lightning Bolt al Festsaal Kreuzberg, o degli eventi al MONOM, perchè nonostante sia stato fottutamente difficile ottenere il pass stampa, molti degli eventi più fighi ci erano preclusi.
Ci sarebbero ancora molte cose da raccontare, come il closing party al Paloma Bar che si chiamava As if there where no ifs, ma purtroppo quelli di Motherboard mi hanno detto di scrivere solo due cartelle e io ne ho già scritte cinque.
Per riuscire a fare tutto comunque, gli ultimi due giorni nessuno ha dormito. Dopo giornate intere passati a fluttuare nell’atmosfera del festival tra il giorno alla notte, tra il sotto e il sopra, tra oriente e occidente, il mio ritorno alla realtà è stato brutale. La mattina prima di andare all’aeroporto entro in un supermercato. Presa dall’arsura, agguanto una bottiglia con su disegnate delle mele e la parola Äpfel sull’etichetta, ma appena pago e do una golata avida, scopro che no, non era succo di mele, era aceto. Ok. E’ finita – mi sono detta – è ora di tornare a casa.

 

25E’ finita

L’articolo è stato pubblicato in forma editata su Motherboard e lo potete trovare qui: https://motherboard.vice.com/…/festival-transmediale-ctm-20…

Tutte le foto sono di Alessandro Gaffuri. Tranne la prima che è mia, e quella del Mantis che è di Camille Blake.

 

l 16 dicembre è andata in onda una performance radiofonica di 24 ore ispirata all’universo, a cui io e Alessandro Gaffuri abbiamo partecipato con la lettura di #Panspermia.

Qui potete riascoltare l’intero esperimento http://humankind.voyage/programme/

(Noi ci trovate dalle 6:41 alle 6:46)

Grazie a Cose Cosmiche e Human Kind Records per questa meravigliosa missione spaziale.

 

24 hour radio performance of works inspired by the Universe

 

48355751_2000632660028776_1946389615594176512_n