Il tempo di un bidè

L'intelligenza è una categoria morale.

“Ha fatto Harakiri per amore”, hanno scritto sui giornali quando il 3 settembre 2011 si è ucciso Massimiliano Chiamenti, nato a Firenze e morto a Bologna all’età di 44 anni. Lui, che lo avrebbe fatto volentieri in pubblico, alla Mishima, ma non ha potuto. Sei anni dopo la morte del poeta, punk e filologo, gli amici dalla fanzine Idioteca, di cui era uno degli autori, e della fanzine Lungi da me organizzano il 25 maggio una serata di ricordo pubblica e collettiva all’XM24 di Bologna. Pubblichiamo un contributo della scrittrice ed ex direttrice dell’Idioteca Alice Diacono

Riassumendo in breve e brutalmente, le cose stavano così: Massi era un tossico, sieropositivo, gay, poeta, artista, professore, dantista, filologo, Patty Smith sapeva le sue poesie a memoria nella Firenze degli anni Ottanta in piena New Wave fiorentina, Ferlinghetti lo scelse per aprire la succursale italiana di City Lights e gli pubblicò un libro, ma, citando un suo racconto, “stringi stringi, pur sempre un tossico“.

Negli anni Novanta la sua carriera universitaria andava alla grande, era un dantista stimato, come anche quella di poeta underground, e intanto frequentava la scena rave e le sue poetica prese a piene mani dai ritmi della musica techno dei rave party clandestini, insomma, tutto sembrava andare liscio in una vita d’artista tormentata ma in qualche modo contenuta, fino a che, quando Massi aveva 30 anni, suo padre morì.

Da allora si trasferì a Bologna, dove cominciò ad insegnare in vari licei e scuole private e la sua tossicodipendenza peggiorò così come i rapporti con la famiglia. Come professore era davvero pessimo, semplicemente perché non era il suo ruolo, lui era un artista e uno studioso, totalmente inadatto a relazionarsi con dei ragazzi o insegnare.

Noi della fanzine Idioteca lo conoscemmo per strada, a delle feste, era molto più grande di noi, all’inizio lo chiamavamo “il poeta punk”e girava la leggenda (poi confermata) che si era ficcato un microfono su per il culo durante una performance. Insomma, era circondato da un’aura mitologica di trasgressione e insieme autorevolezza accademica per cui diventammo molto amici e in pratica la sua unica famiglia per gli ultimi anni della sua vita.

Nella primavera del 2011 la sua condizione pisco-fisica peggiorò notevolmente a causa del mix tra i farmaci antiretrovirali che prendeva per l’hiv e quelli per disintossicarsi dall’eroina che gli davano al Sert, che lui mischiava alle anfetamine. A scuola lo spostarono da professore a bibliotecario, e la sua vita sessuale si fece sempre più mercificata cosicché lui e il suo compagno, si misero a fare le marchette per comprarsi la roba.

Divenne tutto molto confuso ad un certo punto, cominciò ad avere manie di persecuzione, si chiudeva in casa per giorni convinto che i vicini di casa volessero ammazzarlo o irrompeva alle nostre riunioni o feste facendo scenate incredibili dicendo che noi stavamo complottando per ammazzarlo, si metteva ad urlare la notte per strada e chiamava la polizia facendo loro i nostri nomi per testimoniare su cose totalmente assurde. A quel punto era estate e tutti sapevamo che dovevamo andare via da Bologna ma la situazione era grave ed eravamo seriamente preoccupati per lui così, prima che gli facessero un TSO decidemmo di andare a parlare con gli operatori del Sert che lo seguivano. Ci dissero che l’unica cosa che loro potevano fare era proprio il TSO, che avremmo dovuto firmare un foglio e che sarebbero andati a casa sua e avrebbero potuto sfondare la porta e usare la forza e cose del genere, e in più, se lui avesse chiesto chi li aveva chiamati, per legge loro avrebbero potuto fare i nostri nomi e quindi, secondo la sua logica del momento, confermare le sue teorie complottiste sul fatto che noi lo volevamo uccidere. Noi fummo molto combattuti per qualche giorno, ma prendemmo la ferma decisione che “no, il TSO no”, andava contro tutto quello in cui credevamo. A fine luglio tutti lasciammo la città con un enorme peso sul cuore, ma avevamo tutti età comprese tra i 20 e i 25 anni, non avremmo potuto fare di più, o almeno, questo è quello che mi sono sempre detta per riuscire ad andare avanti. Abbiamo fatto quello che abbiamo potuto.

Agosto poi è un mese che ti stritola se stai in città e sei solo, e se non hai molto equilibrio mentale, di sicuro la solitudine che si scioglie e si fa tutt’uno con l’asfalto bollente te lo fa perdere completamente. Non so cosa successe di preciso ma posso immaginarlo. E il suo compagno se ne andò anche lui. Qualche giorno dopo mi chiamò per dirmelo e poi dopo un po’ mi chiamò di nuovo e mi disse che era preoccupato, che Massi non gli rispondeva più da tre giorni e io gli dissi di non preoccuparsi, che lo faceva spesso, di sparire e tenere il broncio, che anche questa volta si sarebbe risolta in qualche modo. Non ci credevo tanto neanche io ma non rispondeva al telefono neanche a me, ma del resto l’aveva fatto decine di volte, ci dovevo credere e basta.

Agosto era finito. Il 3 settembre, al mattino, mi squillò il telefono. Era il suo compagno, che mi urlava : “C’E’ SANGUE!! C’E’ SANGUE DAPPERTUTTO!! SI E’ UCCISO QUEL FIGLIO DI TROIA SI E’ UCCISO! L’HA FATTO DAVVERO!”

Aveva chiamato i vigili del fuoco che erano dovuti entrare dal tetto perché la porta era blindata e quando l’avevano aperta da dentro lui vide la scena, ma non lo fecero entrare quindi non capivamo come fosse successo.

I pochi che erano già tornati a Bologna andarono subito e li portarono in questura dove restarono tutto il giorno, per ore infinite, ad aspettare. Ma agli sbirri non fregava niente di chi fosse lui o cosa faceva e perchè, erano interessati solo a sapere da dove venisse tutta la droga che c’era in casa e facevano domande solo su quello e allusioni e battutine sul fatto che fosse un tossico frocio, domande con dei presupposti antropologici, ideologici e umani da far accapponare la pelle, e soprattutto, alle nostre richieste di capire come era successo, non ci hanno mai risposto.

Io presi il primo treno per Bologna e arrivai nel tardo pomeriggio, ci ritrovammo insieme sconvolti.

Ecco, pensavo io nella disperazione, ecco, avremmo dovuto farglielo fare il TSO, almeno adesso tutto questo non sarebbe successo. “No” mi disse Mirko “tu non puoi sapere come sarebbe andata, magari lo tenevano dentro un mese ma poi l’avrebbe fatto lo stesso”.

“Ha fatto Harakiri per amore”, così scrissero i giornali il giorno dopo. Ecco come era successo, quel coglione si era ficcato un coltello nella pancia, ecco come era successo, gli sbirri lo avevano detto ai giornalisti ma non a noi, che lo venimmo a sapere così. Ovviamente tutti gli articoli calcavano sul fatto che lui fosse omosessuale, una povera checca isterica che aveva deciso una fine melodrammatica perché il suo compagno stronzo l’aveva lasciato. Ecco come dipinsero la faccenda.

Siti di poesia e letteratura, associazioni gay, centri sociali,istituzioni accademiche tutti elergirono abbondanti coccodrilli ma noi tutta questa gente non l’avevamo mai vista, non sapevamo, eravamo confusi, ci chiedevamo dov’erano tutti quando c’è stato da decidere o no se firmare quel foglio per il TSO, dove erano tutti quando lui faceva le sue ultime performance e c’eravamo solo più noi, dove erano tutti quando piangeva come un bambino perché il Subutex lo faceva stare male o quando veniva a suonare il citofono a casa nostra nel cuore della notte, dove?

Dopo qualche giorno la madre, che non l’aveva mai accettato per così com’era, venne a Bologna, prese il corpo e lo portò a Firenze dove gli fecero il funerale in forma privata, non dandoci modo di partecipare in alcun modo. Non gli potemmo fare neanche il funerale, e anche tra di noi calò una specie di silenzio per cui non ne volemmo parlare per molto tempo; molti, per questo e altri motivi, cambiarono città e anche paese, e, per questo e altri motivi, l’esperienza Idioteca, dopo quasi quattro anni, finì.

L’ultimo suo libro si intitolava “evvivalamorte” e la dedica che portava in esergo diceva: “A NOI della IDIOTECA e alla faccia di chi ci vuole male”. Ora per la prima volta, dopo tanti anni, riorganizzando questa serata abbiamo riaffrontato la cosa e ne abbiamo parlato tra di noi apertamente. Questa serata è per noi è come un modo per fare il funerale a cui ci è stato impedito di partecipare, di elaborare un lutto che non è mai stato elaborato, portandomi ad esempio, a vederlo spesso in altre persone che scambio per lui, sotto i portici o ai concerti o nei locali.

E questa, purtroppo, è una storia totalmente, completamente, vera.

Articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano, il 24/05/2017

Mi chiamo Alice Diacono,
ho 29 anni e 9 mesi.
Hanno cercato di uccidermi
per così com’ero,
mi hanno respinta,
picchiata,
repressa,
umiliata.
Mi dicevano “Le tue parole ti causeranno molti problemi nella vita,
le tue parole ti spezzeranno le ossa.”
Anche mia madre
mi ha abbandonata
perchè non ero come lei si aspettava che fossi,
e come Dio si aspettava che fossi.
Ho cercato di distruggermi io stessa,
perchè non mi accettavo così com’ero,
fino a non riuscire più quasi a stare in piedi.

Ma io ce l’ho fatta,
non perchè sono forte, ma perchè sono debole,
non perchè ho resistito e non mi sono spezzata,
ma perchè mi sono spezzata in tanti punti e in tante piccole parti
decine, centinaia di volte,
e adesso sono flessibile,
adesso mi posso piegare e accogliere il nutrimento della pioggia nella mia anima che è di terra.

Alla fine
le mie parole mi hanno salvata.

Sono qui,
sono stata invitata,
non l’ho chiesto io,
Mirko ha preso
un aereo da Amburgo
per venire a sentire le mie parole,
e Martina un giorno di ferie a Milano,
che forse è anche più difficile.
Mi hanno persino invitata alla radio,
Felice è arrivato da Londra,
e forse ci sarà anche Francesca dei Comaneci;
e ci sarà con me
il mio amore Alessandro,
che senza di lui tutto questo non
avrebbe mai potuto concretizzarsi
e lui una sera, conoscendomi appena mi ha presa tra le braccia e mi ha chiamata “spirito potente”,
ha detto che era una miracolo se avevo superato tutto ciò che ho superato
con lo spirito ancora intatto
e io mi sono sentita finalmente al sicuro,
dopo secoli e deserti,
piansi per tantissimi minuti,
e decisi che tra quelle braccia ci potevo forse,
finalmente,
restare.

Per favore, ricordatemi che sono stata così felice
quando sarò di nuovo triste o nella sofferenza.

Una volta, tanti anni fa,
ero arrivata allo stremo, non ce la facevo più e volevo farla finita.
Lo dissi a Mirko, gli dissi che sarei morta come una fallita,
senza aver pubblicato nemmeno un libro.
Lui candidamente mi rispose
“Alice, tu non ti devi preoccupare,
perchè anche se tu non scrivi un libro
qualcuno ne scriverà uno su di te.”
E io pensai “Cazzo, e se poi scrivono un libro di merda!?”

Allora decisi di rimanere viva per restare a controllare.

Stasera!

link al sito web Modo info shop
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Giovedì 18 maggio alle 21:00

Il tempo di un bidè

un reading di Alice Diacono

Alice Diacono nasce nel posto sbagliato al momento sbagliato, ma grazie alle sue ottime capacità comunicative e ad un eccellente uso del pollice opponibile se la caverà alla grande.

Arriverà a Bologna in qualche modo dove campa di espedienti letterari, tra cui, in passato, la gloriosa fanzine Idioteca, e dove pratica tutti i giorni le inalazioni di olio 31, la psicogeografia e passa meravigliose giornate su Facebook. Ha psycheggiato a Praga e Amsterdam, e ora scrive un po’ di tutto per vari progetti editoriali e committenti, ma il suo vero sogno è arrivare a scrivere le frasi sugli involucri della nota marca di assorbenti, come: “Lo sai che Berlusconi è stato il software della P2?”, “Lo sai che se ti tagli il lobo dell’orecchio, lo friggi e te lo mangi sa di maiale?” e così via.

“Il tempo di un bidè” è la raccolta cartacea delle sue prose in prosa degli ultimi due anni. E’ un delizioso e tenacemente piccolo samizdat, auto-prodotto finanziariamente e manualmente, con copertina serigrafata.

Le letture pubbliche prevedono: musica da sballo con ritmi sferzanti, un bidè illuminato e un gran coinvolgimento emotivo con picchi di esaltante romanticismo e picchi negativi di tormentato esistenzialismo, il tutto servito in salsa agrodolce. La sua poesia si definisce hardcore-zen, e non morirà mai. Perché è già morta.0

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Modo Infoshop – via Mascarella, 24/b – 40126 – Bologna
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http://www.radiocittadelcapo.it/archives/il-tempo-di-un-bide-la-poesia-hardcore-zen-di-alice-diacono-183323/

18 mag. – “Ho scelto come titolo Il tempo di un bidè, invece che “di un caffè”, perché farsi il bidè è una pratica piacevole per tutti. Mentre il caffè, tanto caro alla cultura italiana, mi fa venire la tachicardia” racconta Alice Diacono, scrittrice venuta a Piper per presentare il suo nuovo libretto di poesie rigorosamente autoprodotto. Ma “poesia” è il temine esatto per descrivere l’opera di Alice? “Non saprei rispondere, nella scrittura contemporanea è difficile dare definizioni.  Un poeta che stimo molto, Andrea Inglese, per descrivere il suo lavoro usa il termine “prosa in prosa”, una definizione che faccio mia anche se il mio stile è più ironico e diretto“.

Il tempo di un bidè è un libretto che racchiude “prose in prosa” scritte nell’arco degli ultimi due anni. Un’opera dalla scrittura sarcastica e dal titolo che è stato inaspettatamente apprezzato da Guido Catalano, attraverso un commento su Facebook. Ma il poeta torinese che riempie i locali non rientra assolutamente tra i modelli di Alice: “Con la sua poesia pop, Catalano ha scatenato la nascita di un fenomeno di poeti da Facebook da cui io mi dissocio. Spero che la mia poesia prenda un percorso del tutto diverso. L’unica caratteristica che possiamo avere in comune, semmai, è quella di prendere a piene mani dalla contemporaneità senza fare uso di parole “auliche”. Come diceva Moravia: bisogna essere seri, sì. Ma di nascosto“.

Anche se è difficile trovare una definizione preconfezionata che descriva la scrittura di Alice Diacono, la stessa autrice ha elaborato il termine “hardcore-zen” per definire il genere della sua poesia: “È una definizione che unisce due opposte estetiche che mi descrivono: un parte di me estrema e una zen dall’altra, che ricerca un certo equilibrio all’interno del caos”.

Alice Diacono tiene un reading con le poesie tratte da Il tempo di un bidè, giovedì 18 maggio alle 21.oo,  da Modo Infoshop. Cosa ci dobbiamo aspettare? “Non sarà un reading da violini strappalacrime… Ma piangeremo comunque“.

Ascolta la chiacchierata con Alice Diacono e la lettura de Il Packistano

Antonio Ciulla

Da oggi a domenica io e Alessandro saremo all ‘Olè Festival a XM con un nostro banchetto.
Smazzeremo il libretto Il tempo di un bidè, giunto alla seconda sudatissima edizione con copertina serigrafata, e delle foto di Alessandro, illegali in bianco e nero contenute in un album consultabile solo previo rito sciamanico.
Non dico di passare a trovarci o di acquistare la nostra merce, ma almeno portateci da bere.

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Qualche giorno fa, uno dei miei contatti (una persona che si considera di sinistra, va ai concerti delle band tipo Il parto delle nuvole pesanti e Lo stato sociale, a ballare la tammurriata e l’electro-swing e via dicendo) ha condiviso questo articolo preso da un blog che si chiama “A pranzo con Bea” che è un esempio di candido fascismo. Siccome è un argomento su cui si sta combattendo una guerra di spazi, economica, sociale e politica e siccome c’è in ballo il potere, io non so chi cazzo sia “A pranzo con Bea”, ma ho deciso di scriverle una lettera aperta:

Cara “A pranzo con Bea” che hai scritto l’articolo,
mi fa molto piacere che a te piacciano i locali carini come il Fermento a cui ti riferisci, MA CHE CAZZO SIGNIFICA CHE “FINO A 5 ANNI FA QUESTA NON ERA TERRA DI NESSUNO” !!!??
Mi pare di capire quindi che secondo la tua candida visione del mondo, il fatto che non ci siano localini dall’aspetto piacevole e con la birra artigianale a 6 euro, fa sì che un posto si possa considerare “terra di nessuno”.
Vedi, cara “A pranzo con Bea”, il problema è proprio che questa invece era ed è, terra di qualcuno, di qualcuno che ci è venuto a vivere proprio perchè costava di meno e si poteva bere una cazzo di Peroni a 1,50 anzichè gli stuzzichini biologici. Ti è mai venuto questo dubbio, “A pranzo con Bea”, ti è mai passato per quel tuo cervello carino e lastricato di buone intenzioni come la strada per l’inferno!!?? Eh no che non ti è venuto, perchè giustamente il potere assume sempre forme sottili e questa volta ha assunto quella della dittatura del cibo, perchè vedi, cara “A pranzo con Bea”, il fascismo è una cosa che le persone scelgono perchè gli piace, senza accorgersene, perchè gli conviene, perchè dovranno pur trovare un modo di campare, e chissenefrega se quelle persone sono le stesse che fino a qualche anno prima stavano nei centri sociali a riempirsi la bocca con parole come “Gentrificazione” e poi però quando si sono trovati a dover guadagnare la pagnotta si aprono un locale o un’attività in cui la pagnotta te la vendono a prezzo quadruplicato.
Allora te lo dico io “A pranzo con Bea”, te lo dico io che il Fermento è gentrificazione, che quella che tu chiami “Terra di nessuno” era purtroppo invece terra di qualcuno e che i tuoi localini del cazzo che tu promuovi come “fresche novità” sono l’inizio del processo di rimozione dei bar di quartiere o dei cinesi, dove la gente è brutta, è grassa, si veste male, fa lavori che non presuppongono di fare riunioni con un Mac in un bar, non sorride, non vuole mangiare bene, non gliene frega un cazzo del cibo biologico nè dei prodotti artigianali: si chiamano poveri o gente normale. La stessa che viene sfrattata o sgomberata, o mandata nei centri di “accoglienza” per migranti, per fare spazio alla gente più carina come te e i tuoi amici che FINALMENTE potete venire in santa pace a fare gli apericena di lavoro in un posto che prima non era di nessuno!
Allora diciamolo in questa città ipocrita del cazzo, che quelli di Zazie che ti vendono i centrifugati a 5 euro erano del TPO, che quelli di Fermento erano di XM e che molti di Vag e compagnia bella, non si fanno nessun problema morale in proposito e anzi si trovano parecchio a proprio agio nella frequentazione di tali locali. E se tanto mi dà tanto, io scema che mi dimentico sempre che il figlio di papà rivoluzionario che rifiuta il lavoro mi diventa piccolo imprenditore.
Diciamolo, a “A pranzo con Bea” che il 25 aprile al Pratello è diventato peggio della sagra della salsiccia e le proteste per farlo non sono state fatte in nome della Resistenza, ma dei commercianti del Pratello che hanno ormai tradito da un pezzo lo spirito anarchico che ha fatto diventare quel luogo ciò che è, dovevano vendere da bere nella giornata più proficua dell’anno a gente che neanche sa che lì c’era Radio Alice. E che se proprio bisognava essere coerenti e onorare la memoria della Resistenza allora il 25 aprile proprio non bisognava festeggiarlo, come vero atto di rimostranza verso le ordinanze del PD e la dittatura del cibo. (Io infatti, per parte mia, me ne sono stata bellamente a casa).
Ma vedi, “A pranzo con Bea”, il fascismo è fatto di queste cose, e non solo di quelli vestiti di nero con il manganello come magari te li immagini tu tra un bicchiere di vino e l’altro in via del Pratello mentre cantavi Bella Ciao il 25 aprile. E’ fatto di gente che mette la necessità davanti ai propri ideali e all’umanità, e nega la realtà, dandole anche una bella forma: la forma più carina possibile.
Perchè hai ragione “A pranzo con Bea”, “le serrande tirate giù creano degrado” ma sai che figata invece le guardie giurate che stanno ancora tutte le sere davanti la Ex-Telecom sgomberata (cit. ” Ex Telecom in via Fioravanti: Gli “olandesi” sono già arrivati per fare le pulizie dentro all’ex Telecom davanti al Kristall. All’inizio di via Fioravanti nel 2018 nascerà The Student Hotel che ridisegnerà la zona. Metà ostello per studenti e metà hotel, aprirà una piazza pubblica dove ci saranno una caffetteria e un ristorante, ma anche un parco per le biciclette, uno spazio di co-working e locali per organizzare incontri, conferenze e iniziative varie.”) o il fatto che tra meno di venti giorni dovrebbero sgomberare uno dei più grandi e storici luoghi di sperimentazione culturale e umana come XM per fare spazio a quello che tu chiami con disumano candore “un caffè aperto anche al pubblico con la proposta di prodotti che seguono la linea “indie””, a FICO (progetto in cui è coinvolto anche Andrea Segré, partito dalla facoltà di agraria con tutte le buone intenzioni di recupero dei cibi scaduti, fottendosene adesso se quella stessa terra coltivata in Bolognina con le tecniche biodinamiche darà da mangiare solo ai ricchi e ne toglierà ai poveri) (non i poveri dell’Africa, intendo i poveri quelli come noi che non possiamo avere una macchina e quasi manco prendere l’autobus, una casa nostra, facciamo la spesa solo al Lidl e andiamo solo agli eventi gratis).
Perchè, vedi, “A pranzo con Bea”, il fascismo è così, è salire sul carro del vincitore perchè è socialmente ed esplicitamente accettato da tutti, anche dai “buoni”, anche da chi fa cultura, senza dar peso alle contraddizioni che si vengono a creare, senza considerare la sofferenza che questo può provocare e senza considerare i più deboli. E’ quando chi sta in alto dice “Puntiamo tutto sul turismo, sul food marketing e sull’enogastronomico!” e tutti capiscono che lì c’è da mangiare, in tutti i sensi, e ci si buttano a pesce. Proprio come nel murales di Blu che per intelligenza e coerenza politica e artistica è stato cancellato: il centro-città-vetrina-democratico invade Mordor a colpi di mortadella.
Quando sono arrivata a Bologna undici anni fa sotto le due Torri, nel centro esatto della città c’era una banca. Adesso c’è un posto che si chiama “Bottega portici – High Quality Italian Food”. Non fa una piega. Tutto torna.
E allora, come una volta si prendevano di mira le banche e si boicottava il MnDonald’s, adesso verrebbe quasi voglia di boicottare i ristoranti e di akndare a mangiare al McDonald’s.
Fast food o no, con altre persone di cui si è parlato a fondo di questi argomenti è venuta fuori la proposta di astenersi da questa psicosi collettiva del food&drink e di smettere di andare a mangiare fuori a Bologna. Io non dico che uno debba rimanere tutta la vita a mangiare scatole di piselli o negarsi le gioie del cibo , però cristo santo, possibile che non ci sia una via di mezzo?

Ora, sicuramente mi sarò fatta un sacco di nemici scrivendo queste cose. Ma non mi interessa, non me ne frega proprio un cazzo. Sono emotivamente pronta a fare a meno del vostro saluto e ho un sacco di amici cinesi, moldavi, bolognesi autoctoni, marocchini, pakistani, punkabbestia e “normcore” con cui continuare a fare gli aperitivi a base di Peroni e Amica Chips in posti sporchi e brutti agli occhi della gente come te, “A pranzo con bea”, dove grazie a dio non si balla l’electro-swing e, speriamo ancora per molto, non sarà terra di nessuno.

BOLOGNINA VIOLENTA –
BRIGATA ANTIGENTRIFICAZIONE

Ps: Due menzioni di esempi “virtuosi”: Freakout, posto stratosferico ma mai che se la siano tirata, peroni in lattina a 2 euro e ingressi up to you. Miky e Max, ha aperto un posto più “gentrification” di fianco ma ha lasciato quello vecchio nel vecchio stile e con gli stessi prezzi così chi vuole può scegliere.

 

 

http://apranzoconbea.blogspot.it/2017/03/bolognina-tutto-il-nuovo-che-verra-dal.html

 

 

“Combattere l’Impero significa essere contagiati dalla sua follia. Questo è un paradosso; chiunque sconfigge un segmento dell’Impero diventa l’Impero; esso prolifera come un virus, imponendo la sua forma ai suoi nemici. In tal modo diventa i suoi nemici.”
Philip K. Dick, Valis

(Illustrazione: Winsor McCay, da “Little Nemo” 1905-1911)

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Come si fa una rivoluzione senza morti nel 2017 – Intervista ad Alexandra Irimia

Articolo pubblicato su DOPPIOZERO il 24 aprile 2017

http://www.doppiozero.com/materiali/il-risveglio-della-romania

Nonostante i riflettori della stampa internazionale si siano spostati altrove, il risveglio collettivo della coscienza civile in Romania avvenuto nei mesi passati continua a mietere i suoi frutti. Anche in questi giorni continuano le partecipatissime manifestazioni politiche contro la corruzione, completamente auto-organizzate ed autogestite dai cittadini rumeni che hanno dato prova di grande coesione, solidarietà e soprattutto efficacia nell’ideare una protesta omogenea e trasversale alle varie aree politiche e alle molteplici realtà sociali presenti nel loro paese.

 

Ma come si organizza un’azione di piazza efficace nel 2017? Quali sono i retroscena di una protesta pacifica che ha impedito che la corruzione fosse resa legale dalle istituzioni stesse? Come è nato e come si è espresso il malcontento verso la palese corruzione dello stato rumeno? Quali sono i mezzi, i luoghi e le entità coinvolte? Lo abbiamo domandato ad Alexandra Irimia, dottoranda e assistente di ricerca presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Bucarest e attivista coinvolta fin dall’inizio nell’organizzazione delle proteste.

 

“Il malessere che anima le proteste è partito molto lontano”, dice Alexandra.“All’indomani della caduta del comunismo il potere è stato rilevato dalla ex-nomenklatura sovietica del regime di Ceausescu che lo ha mantenuto per i successivi 27 anni, fondando l’antenato del PSD di oggi, il partito socialdemocratico, ad oggi ancora il partito più forte nel paese. Le loro politiche, basate su un sistema di corruzione endemico, hanno contribuito a fare della Romania un paese sottosviluppato dal punto di vista dell’istruzione, della sanità pubblica e delle infrastrutture. Date le condizioni di prostrazione generale nessuno protestava, sia a causa dell’apatia e della sfiducia nella politica, e sia per le misure populiste che premiavano il silenzio con benefici piùo meno grandi in cambio. Le cose sono cambiate nel 2014 con le proteste violente per l’affaire Rosia Montana, quando il governo voleva concedere a una compagnia fantasma canadese i permessi per estrarre oro dalle montagne di questa pittoresca regione dei Carpazi usando il Cianuro, e nel 2015, quando è scoppiato un incendio in un locale undergorund dal nome Colectiv, in cui sono morti 64 giovani a causa della condizione di illegalità in cui doveva agire illocale per sopravvivere. In queste due occasioni, i semi del coinvolgimento civile hanno cominciato a crescere e germogliare e a tutti è diventato manifesto che ‘la corruzione uccide’, slogan delle prime rivolte e di quelle recenti. Nel 2016 ci furono le elezioni ma nulla cambiò. Solo due settimane dopo la sua presa in carico, ignorando le proteste e i ripetuti avvertimenti da parte delle istituzioni nazionali e internazionali, il ministro della giustizia, Florin Iorda che, preparò due decreti di emergenza volti a de-criminalizzare la corruzione che furono approvati dal governo all’una di notte del 31 gennaio scorso, aspettandosi che data l’ora la notizia sarebbe passata in sordina. Si sbagliavano.”

Quella stessa notte circa in quindicimila sono scesi in strada e si sono riuniti di fronte al palazzo del governo, chiedendo l’abolizione del decreto di emergenza e le dimissioni di un governo che usa metodi ignobili per proteggere i suoi leader. Da allora in tutta la Romania sono scoppiate le proteste, con dimostrazioni di piazza dai numeri impressionanti, arrivando a coinvolgere anche 500.000 persone . Dopo sei giorni il decreto è stato ritirato e il ministro della Giustizia si è dimesso sotto la pressione della piazza.

La geografia dei luoghi non è secondaria. “Ci siamo mobilitati da subito radunandoci a Piazza Victoreie, davanti al governo, al grido di Rezist! , la parola d’ordine della rivolta anticorruzione”, dice Alexandra, “persone da tutte le città della Romania sono venute a Bucarest per prendere parte alle proteste, ma anche i molti rumeni che abitano all’estero si sono spontaneamente mobilitati e sono scesi in piazza nelle città di tutto il mondo. Chi ha dei negozi o dei locali in centro ha portato tè e pasti caldi ai manifestanti che chiedevano le dimissioni del governo sotto la pioggia o la neve. Persone comuni hanno offerto ospitalità a chi veniva da fuori, i genitori hanno portato ai cortei i loro bambini per insegnare loro le regole base della democrazia (sono state organizzate addirittura delle proteste di soli bambini) e molti hanno installato sedie e scrivanie per andare a lavorare lì di giorno con i loro computer e mantenere la presenza in piazza invece di andare in ufficio. Insomma, si è creata una solidarietà collettiva, capacità di autogestirsi e ricca di spirito d’iniziativa, a tal punto che ha cominciato a girare una battuta che dice che il governo stesso è il più grande organizzatore di eventi della Romania, quando agisce contro i suoi stessi cittadini”.

 

 

Ovviamente, come in ogni mobilitazione di massa dei nostri giorni, il ruolo giocato da internet e dai social network è stato fondamentale. Le proteste sono organizzate attraverso gruppi pubblici virtuali, nati spontaneamente, “senza leader o partiti che li rappresentano o liguidano” ci tiene a precisare Alexandra. “Non appena le persone hanno cominciato ad incontrarsi per strada e a scambiarsi idee, sono nate numerosissime iniziative su internet, creando, ad esempio, una piattaforma che permette di tenere monitorate le spese, il budget e le decisioni del governo, o anche la diffusione dell’uso di nuove applicazioni come Slack, che aiuta la gestione di gruppi online, o le applicazioni che permettono di mandare messaggi anche senza la connessione dati, che viene meno quando molte persone si concentrano tutte in un punto, come accade puntualmente durante le affollatissime manifestazioni”. Esistono gruppi Facebook di confronto di ogni tipo: Timişoara Civica, da cui si convocano le assemblee e si arriva ad accordi comuni , Geeks for democracy, Coruptia ucide, Lawyers for democracy, #Rezistența, 600 000 for democracy e così via, ognuno con il suo specifico ambito di discussione e d’azione.

 

È interessante notare come la presenza della violenza sia stata minima in tutte le proteste con un’unica incursione avvenuta da parte degli hooligans e sfociata in scontri di piazza, che si sospetta sia stato un patetico tentativo del PSD stesso per screditare il movimento. La folla espelle dai cortei chi è lì per cercare lo scontro e la polizia ha sempre funzionato da servizio d’ordine, semplicemente allontanandoli. “Nessuno vuole che si ripeta quello che è successo durante la Rivoluzione del 1989 quando la rabbia popolare travolse il regime del dittatore filosovietico. Tutti i rumeni hanno ancora vivo il ricordo di quelle mille persone innocenti che sono morte e per cui nessuno è mai stato indagato o tanto meno processato”, continua Alexandra. “A chi avanza dei dubbi sulla possibile presenza di elementi nazionalisti o conservatori in questa protesta vorrei dire: c’è ben poco spazio per le dispute ideologiche quando la classe politica non si comporta in maniera trasparente, mente quotidianamente ai suoi elettori e cerca di decriminalizzare chi ruba il denaro pubblico. È vero che chi protesta viene da realtà diverse, benestanti come appartenenti alla classe media o poveri, di destra e disinistra, giovani, anziani e di mezz’età, ma è stata proprio questa la nostra forza e a renderci per la prima volta tutti uniti contro l’ingiustizia che ci opprime da sempre. Abbiamo fatto tutto questo senza che un leader o un partito si appropriasse del movimento e riponendo tutta la nostra speranza nella reazione della comunità internazionale: quale tipo di nazionalismo farebbe mai questo?”

 

In ultimo ci facciamo raccontare cosa è cambiato nel rapporto tra cittadini e Stato dall’inizio delle proteste. “Adesso sappiamo chi siamo, abbiamo preso coscienza della nostra forza come società civile e tutte le iniziative sono volte a tenere le azioni della classe dirigente strettamente sorvegliate dai cittadini. In questo momento, e per la prima volta nella storia,tutti i rumeni tengono monitorate da vicino le decisioni dei tre poteri, sia legislativo che esecutivo che giudiziario, e si cerca di mantenere alto il livello di attenzione di tutta l’opinione pubblica che reclama giustizia e trasparenza dal proprio stato. Le domande iniziali che hannofatto scoppiare le proteste sono ampliate e intensificate. Si continua ad agire attraverso petizioni, informazione, sit-in e manifestazioni più contenute ma mirate, e l’ implemento dell’uso delle piattaforme on-line dove vengono registrate tutte le azioni e le spese delgoverno. Il 22 marzo si è tenuto un dibattito al Parlamento Europeo in cui si sono confrontati delegati inviati sia dal governo che dai manifestanti e l’Unione Europa ha ringraziato chi ha preso parte alle proteste per aver lottato in nome della democrazia e per aver riposto fiducia nei valori europei.

 

Un bilancio di come sia cambiata la percezione collettiva di tutti questi valori si può riassumere nella frase che uno dei bambini portati in Piazza Victoreie ha scritto per terra con il gesso: “Mia madre mi ha insegnato che non si mente e non si ruba. Che cosa vi ha insegnato la vostra?” conclude Alexandra.

La ricaduta del movimento rumeno nell’area balcanica è presto passata dall’encomio dei paesi vicini per il coraggio della popolazione rumena al chiedersi se non potesse essere d’ispirazione anche per i propri problemi nazionali. Tentativi di proteste contro la corruzione nei propri paesi e molte manifestazioni di solidarietà sono state organizzate nei mesi di febbraio e marzo anche in Albania, Bulgaria, Bosnia, Serbia e Montenegro, ed è di questi giorni la notizia delle proteste a Belgrado contro il governo di Vucic, accusato di aver vinto le elezioni grazie a brogli e di cui nelle strade si chiedono le dimissioni al grido di “lopov!”(ladro!).

 

anonymous, february 2 - kid's sign says „Gendarms, we stand by you. Please stand by us, too”

anonymous, february 2 – kid’s sign says „Gendarms, we stand by you. Please stand by us, too”

 

photo by Alberto Grosescu - Romanian Peasant protesting in front of the Government in traditional outfit

photo by Alberto Grosescu – Romanian Peasant protesting in front of the Government in traditional outfit

photo by Alexandra Irimia - 5 February. Projection in Victoriei Square with the text ”Our eyes are on you”

photo by Alexandra Irimia – 5 February. Projection in Victoriei Square with the text ”Our eyes are on you”

Soon…

(Stiamo lavorando per voi)

Presso SERIGRAFIA XM24

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Diciamo, crudamente, che nella città di Amburgo c’è solo la città di Amburgo. E tuttavia basta.

Forse potrò sembrare eccessivamente conciso, ma a chi mi chiedesse: Che cosa è Amburgo, risponderei: E’ una città. Assolutamente non me la sentirei di aggiungere altro. E non penserei di aver eluso la domanda. Infatti non sarebbe una definizione riduttiva. Sarebbe una definizione stupefatta. A mio avviso, non è facile trovare nella propria vita una città che sia così totalmente, intimamente e nient’altro che città. […] La sua bellezza, se così vogliamo dirla, sta nella schiettezza, nella generosità con cui ha accettato di essere una città; un luogo in cui molti uomini vivi, e desiderosi di esserlo, si raccolgono per attendere a quello che Mann chiama “il lavorio beffardo, vario, brutale” della vita. […] Per millenni non ci furono città “belle”, ma solo luoghi eletti alla congiura umana intesa alla sopravvivenza.
Amburgo mi offre questo aroma, è un luogo umano, imperfetto, un po’ volgare, un po’ vizioso, un po’ furbo, ma soprattutto accanito, sfacciatamente accanito a vivere, a maneggiare e mangiare la vita.

Giorgio Manganelli, L’isola pianeta e altri Settentrioni

(Alcune foto scrause scattate da me ad Amburgo nel Novembre 2016)