Il tempo di un bidè

L'intelligenza è una categoria morale.

Trenitalia. Pisa – Firenze – Bologna. Il primo treno regionale ha le porte che non funzionano e partiamo con venti minuti di ritardo. Ho già perso il Frecciarossa a Firenze, che ho dolorosamente prenotato perchè devo essere a Bologna nel pomeriggio per fare la prova come aiuto-cucina in un ristorante da cui mi hanno chiamata improvvisamente. Arrivo a Firenze già disperando non sapendo che il peggio deve ancora venire: tutti i treni bloccati, maltempo, tragedia, piaghe d’Egitto, disperazione, migliaia di persone in preda al panico arrivano in poco tempo a toccare le vette più basse dell’animo umano spingendosi in fila ai tornelli, ai cessi, al banco del McDonald’s per un panino.
Dopo settantacinque minuti di tremenda attesa arriva un Frecciarossa che passa per Bologna. Uno a caso. Il treno è preso d’assalto dalla folla sudata e così io, ma decido di prendermi il mio personale risarcimento mettendomi in classe Business.
Mentre nel resto del treno i corridoi si riempiono di valigie e gli irlandesi cominciano a suonare il violino, la cornamusa, e a ballare la quadriglia, la classe Business è vuota, fresca e silenziosa, con la moquette che la fa profumare di cinema. Un’oasi, un piccolo paradiso confortevole in quell’inferno su rotaia. Le poltrone sono di una morbidezza voluttuosa e avvolgente, ci sono i tipi che portano i baracchini con gli snack e i drink coi guanti bianchi e ci offrono gratuitamente bevande a nostra scelta insieme ai quotidiani. Io ho un’insalata della Coop sul tavolino, che consiste nel mio pranzo, e una valigia chiusa male da cui escono nell’ordine: il mio pigiama, mele, barrette di cereali, perchè la Coop di Pisa è molto più economica di quella di Bologna e ho pensato bene di farmi la spesa per la settimana, prima di partire. Inoltre, in bella vista sul sedile davanti è appoggiato il sacchetto della Coop in Mater-bi, in cui ho messo le ciabatte per far stare più spesa nella valigia.

Possibili risposte se il controllore mi becca e mi dice di cambiare carrozza:

Possibile Risposta n.1 – Ah ma siamo in Business Class?? Non me n’ero accorta sa’! Perchè è la prima volta che prendo il Frecciarossa e non sapevo come fossero fatti! In effetti stavo pensando: “Guarda un po’ che ficata ‘ste Frecce! Che pivella io che prendo ancora i regionali!! Adesso capisco perchè il il biglietto costa così tanto nonostante il servizio faccia schifo!”

Possibile Risposta n.2 – Perchè me lo chiede? Si vede tanto che sono povera??

Possibile Risposta n.3 – Sa’ sono qua perchè è il regalo di compleanno per i miei 30 anni. I miei amici volevano farmi provare l’ebbrezza di viaggiare in Business Class ma siccome sono dei poveracci hanno potuto regalarmi solo la tratta Firenze-Bologna. Mezz’ora di viaggio, ma intenso! E ben comodo! Per fortuna per non farmi sognare troppo in alto però ‘sta Freccia ha fatto settantacinque minuti di ritardo se no, sa’ com’è, poi uno rischia di sedersi sugli allori.

Possibile Risposta n.4 – Fingermi una brillante manager di quelle milionarie ma alternative che possono permettersi quelle ecletticità da milionari sembrando chic anche quando fanno cose da ‘poracci. Tipo quello yuppie che vedo sempre in centro, con barba hipster e capelli un po’ arruffati, in giacca e cravatta e a piedi nudi. ‘ste cose così insomma, da neoliberisti liberal che hanno la foto di Steve Jobs e Zuckerberg come sfondo del desktop.

Possibile Risposta n.5 – Alla sua richiesta di vedere il biglietto, leggergli tutte le risposte precedenti e far decidere a lui quella che preferisce.

Insomma, sono pronta per lo scontro. Il momento arriva. Il controllore si ferma di fianco al mio sedile. Guarda la borsa della spesa con le ciabatte e i miei miserevoli bagagli. Mi chiede il biglietto. Glielo passo. Lo guardo. Aspetto che dica qualcosa. Lui guarda me, con lo scialle sulle spalle per coprirmi dall’aria condizionata che mi fa venire la cervicale, tutto pieno delle briciole degli snack gratuiti, bottigliette di succo di Trenitalia sul tavolino. Riguarda il biglietto, me lo restituisce e dice:
“Prego, e buon viaggio”.

A te, compagno controllore, a te.

 

– Tratto da una storia vera –

 

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La finestra sul cortile | Estate in balcone

Nel mio palazzo non lavora nessuno, stanno tutti tutto il giorno a casa a farsi i cazzi degli altri e ad andare e venire dal cancello. Io per prima mi faccio i cazzi degli altri, perché adesso che è estate sto sempre a scrivere e a studiare sul balcone, specie nell’ultimo periodo in cui ho avuto una bronco-polmonite che mi ha “costretta” a casa. Costretta è una parola buffa se si pensa che di solito mi devo auto-costringere a uscire di casa. Mica me ne posso andare io, “ho una portineria ben avviata io! C’è gente che va, gente che viene!” (così Totò nella Banda degli onesti), ho da fare qua, a osservare la vita che scorre placida e anche non tanto placida in questo condominio di periferia pedemontana.

Già da piccola avevo una passione per lo spionaggio condominiale. Con i binocoli di mio padre stavo sul balcone almeno un’ora al giorno ad osservare le vite dei vicini e su un quaderno che conservo ancora appuntavo tutti i movimenti. “Asti, 2 Luglio 1996. Ore 17:30. la signora del quarto piano del condominio a Sud-Est ha bagnato le piante. Gli inquilini del terzo piano del palazzo tutto a Ovest non tirano su le serrande da due giorni. La signora a piano terra del mio cortile ha steso i panni e poi si è lamentata dei piccioni sul balcone.” “Asti, 4 Luglio 1996. Ore 10:00. La signora del piano terra non ritira i panni da due giorni. Strano. Sarà sparita? Sarà morta?” e così via. Ho avuto un’infanzia divertentissima.

Ecco perché adesso provo così tanto piacere nel guardare in diretta i miei vicini di casa dal balcone, è come guardare la televisione. Tanto più che in questo palazzo abitano:

– L., un musicista maledetto sulla cinquantina, magrissimo, alto e con i capelli lunghi, che sembra uscito da uno di quei film dove delineano i personaggi in maniera grossolana tra cui quello del musicista maledetto, depresso e alcolizzato ma anche gentile e insicuro. Si ascolta gli Smiths a tutto volume alle quattro di notte e poi viene a scusarsi pentito il giorno dopo. Passa le giornate a fumare sul balcone in mutande e sento l’odore di chiuso e di fumo della sua casa che sale su ed entra nel mio di balcone, insieme alla musica del suo pianoforte.
– Una coppia all’ultimo piano, sulla quarantina, lui skinhead tatuato che insegna thai box, pilates e arti marziali; lei trucco scuro e magrissima. Vivono una relazione tormentata, un amore passionale e devastante che li porta a lanciarsi cose addosso e urlarsi dietro per giorni e notti e poi a trombare come dei ricci in ogni luogo della casa, e dopo le litigate più violente lui torna a casa con mazzi di rose per scusarsi e poi ritrombano. Io e la sudamericana loro dirimpettaia siamo molto preoccupate che possa succedere qualcosa di grave e ci siamo scambiate i numeri di telefono, con la promessa che alla prossima sfuriata chiamiamo i caramba.
– La suddetta sudamericana, C., anche lei sulla quarantina, biondo platino e labbra a canotto, sempre vestita succinta, con un barboncino di quelli coi ciuffetti in testa, che torna a svariate ore con svariati uomini attempati e svariati mazzi di fiori lussureggianti scendendo da svariate macchine lussuose. Lei è quella che mi sta più simpatica di tutti e ci fumiamo della gran sigarette giù in cortile, scambiandoci preoccupazioni e pettegolezzi sulla coppia tormentata.
– Marito e moglie, A. e G., sulla sessantina. Hanno due cani, che per conformazione fisica (bassa e pelosa) e caratteriale io e il mio ragazzo-coinquilino abbiamo soprannominato i “tappetini”, i quali vengono portati a spasso (anche se ormai la teoria più accreditata vuole che siano loro a portare a spasso i padroni) ben SEI volte al giorno, cosa che fa sì che alcuni giorni escano effettivamente più di me. Lei è in pensione e dipinge solo quadri che rappresentano “tappetini”, lui è un ex rappresentante di macchinari medici che, stanco della pressione di quell’ambiente di lavoro, ha mollato tutto e si è messo a fare il ciappinaro (in bolognese = quello che fa i “ciappini”, cioè gli “aggiustini”, ovvero l’aggiustatutto).
– Infine, una coppia di ragazzi giovanissimi al piano terra, sulla ventina, con un bambino di cinque anni e un gatto che spesso rimane chiuso fuori casa mentre il bambino spesso rimane chiuso dentro da solo. Non si capisce bene la composizione di questa famiglia in quanto c’è sempre gente che va e che viè, e la sera davanti all’appartamento c’è un tale odore di ganja che appena apri il portone del palazzo sembra di entrare nel peggiore coffee shop di Amsterdam o nel migliore bar di Kingston, dipende dai punti di vista. La loro particolarità è che lui ha un laboratorio in cantina in cui sta chiuso giorno e notte ma non abbiamo ancora capito ci cosa faccia; l’altro punto forte è che invece di stendere i panni su dei fili o su degli stendini come fanno tutti loro hanno messo delle assi di legno in balcone su cui buttano a stendere i panni tutti appallottolati. Molto ingegnoso.
A completare il quadro ecco che abbiamo le tartarughe condominiali che vivono nel giardino, chiamate “le tartarughe incestuose” per via della loro turpe abitudine, seppur obbligata, di accoppiarsi tra genitori e figli. Tutti lanciano loro le verdure direttamente dal balcone e qualche settimana fa L., il musicista magro e depresso, per questo motivo si è slogato una spalla.

Così, siccome quest’anno non andrò in vacanza e a causa della mia disoccupazione e del mio squattrinamento cronico passerò l’estate interamente sul balcone, ho ripreso le vecchie abitudini tenendo un quaderno dove appunto quello che succede durante la giornata. “Bologna. 12 Luglio 2018. – Ore 10:00. C. torna a casa dopo due giorni su una macchina rossa. Dove sarà stata? Avrà un nuovo amante? – Ore 14:30. L. ha cominciato a suonare il pianoforte. Sta facendo un pezzo che sembra una via di mezzo tra “Cara Valentina” di Max Gazzè e “Monica” di M¥SS KETA – Ore 15:30. I tappetini escono per la loro terza passeggiata giornaliera. Tutto regolare. Ore 19:00. Il bambino F. ha fatto cadere una molletta giù in cortile e poi è andato a riprenderla.”

Sarà un’estate bellissima.

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Racconto pubblicato il 24 agosto 2018 su In fuga dalla bocciofila, blog dal titolo fuorviante in cui si parla di cinema tra una divagazione e l’altra, all’interno della rassegna estiva “I bellissimi di Rete 4” in cui ogni racconto si ispira ad uno dei classiconi del miglior cinema della seconda serata italiana.

(Link diretto: http://www.infugadallabocciofila.it/la-finestra-sul-cortile/)

La-finestra-sul-cortile

[…] Non vi sono catastrofi imminenti che non possono essere evitate; non c’è niente che ci minacci di una distruzione imminente in modo tale che siamo incapaci di evitarlo. Se ci comportiamo umanamente e razionalmente; se ci concentriamo freddamente sui problemi che incombono su tutta l’umanità, piuttosto che emozionalmente su problemi del XIX secolo, come sicurezza nazionale e orgoglio locale; se riconosciamo che il nemico non è il nostro vicino, ma la miseria, l’ignoranza e la fredda indifferenza delle leggi naturali – allora possiamo risolvere i problemi che ci incombono. Possiamo scegliere deliberatamente di non avere nessuna catastrofe. […]

Isaac Asimov, Catastrofi a scelta (1979)

Neutopia, Vol. III

Mobike

Ho provato la Mobike.
L’agilità di sicuro non è il suo forte. Il suo forte è che non la possono rubà. È come una cyclette con le rotelle. Pesa più o meno 140 chili.
Ideale per perdere peso e per diete ipercaloriche.

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In Liguria si sta bene ci sono i ponti in spiaggia, ho pagato tre pomodori un cetriolo e una lattuga quindici euro e ottanta, per fortuna mi distraggo con spensierate letture da spiaggia.

 

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Una città da paura + Reading Hardcore-Zen di Alice Diacono

Evento organizzato dal collettivo L’astiosa

Asti, 30 Giugno 2018

Pic by Alessandro Gaffuri

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A Firenze, in centro, entro in un bar-tabacchi veramente old school di due sorelle anziane e dai modi rudi. I panini fatti da loro avvolti nel cellophan, le fette di crostata nel piattino. Parlano con accento fiorentino grezzissimo e mi versano del caffè freddo da una bottiglia di vetro che tengono in frigo ” ‘ome non lo fa più nessuno!” mi dice una delle due.
Hanno chiaramente riversato il loro istinto materno su questo bar e su tutti quelli che lo frequentano, chiamano tutti per nome e ai turisti rispondono con un inglese italianizzato ma impeccabile. Nel bagno c’è profumo di deodorante ai fiori e ci sono straccetti e saponette come nelle case delle nonne. Mi chiedo quanto questo durerà ancora e pago il mio euro e cinquanta sapendo che la risposta è una sola, non molto.

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Stiamo a parlare di intelligenza artificiale, piena automazione, ingegneria genetica e poi il cancello del mio palazzo sta aperto con una corda di tapparella legata.